Barre des Écrins

Barre des Écrins, 4102 m. Via normale per la cresta ovest dal Refuge des Écrins (Valluise).

Caratteristiche: Ascensione di incomparabile bellezza che comporta un notevole spostamento. I pendii del versante nord della Barre des Écrins, lungo i quali si svolge l’avvicinamento, sono ripidi e crepacciati. La cresta, di buona roccia, ha un dislivello ridotto ma un considerevole sviluppo e, anche se le difficoltà tecniche sono limitate, date la lunghezza, la continuità, l’esposizione e la possibilità di trovarvi del misto, non va sottovalutata. Le condizioni più favorevoli si trovano quando la cresta sia completamente coperta di neve compatta e stabile o, viceversa, quando sia completamente asciutta.

Difficoltà: PD+

Dislivello: in totale 1050 m, di cui 130 m la cresta

Carte: IGN 1:25.000 f. 241, Massif des Écrins, Meije, Pelvoux; Didier Richard 1:50.000 f. 6, Écrins, Haut Dauphiné.

Accesso: Susa, Colle del Monginevro, Briançon, L’Argentiere la Bessée, da cui si imbocca la Vallouise che si segue fino al termine della strada, al Pré de M.me Carle.

Avvicinamento: Punto d’appoggio è il Refuge des Écrins, 3170 m. Dal Pré de M.me Carle, 1800 m, seguire un buon sentiero (scalette metalliche sulle rocce dove giungeva la fronte del Glacier Blanc) fino al Refuge du Glacier Blanc, 2550 m, 2.15 ore. Proseguire su una traccia, segnata con ometti e bolli bianchi, lungo il versante morenico sinistro orografico del ghiacciaio, con qualche saliscendi e brevi tratti attrezzati. Scendere sul plateau del Glacier Blanc e costeggiarne a lungo la sponda sinistra orografica (qualche crepaccio). Infine risalire i pendii detritici di tale versante e giungere al Refuge des Écrins, 3170 m, posto su uno spuntone roccioso (2.15 ore dal Refuge du Glacier Blanc, in totale 4.30 ore dal Pré de M.me Carle). La cresta inizia alla Breche Lory, circa 3974 m.

Salita: Dal Refuge des Écrins l’itinerario appare evidente in tutta la sua spettacolarità. Si scende sul plateau del Glacier Blanc e si percorre interamente il ghiacciaio, seguendone sempre il bordo sinistro orografico, fino ai piedi del Col des Écrins (circa 3300 m, 1 ora). Questo punto si trova al margine inferiore sinistro orografico del grande versante nord della Barre des Écrins. Risalire un largo canale ingombro di grossi blocchi di ghiaccio per circa 200 m fin sotto un grandioso sbarramento di seracchi (pericolo di distacchi), che obbliga ad attraversare a sinistra. Innalzarsi allora diagonalmente in direzione sud-est lasciando a destra un secondo grosso nodo di seracchi. Un pendio meno ripido conduce all’ultima grande seraccata, posta sotto la verticale della vetta massima della Barre des Écrins. Normalmente la si supera traversando prima a destra e poi a sinistra, in una zona crepacciata, dove il tragitto migliore varia di anno in anno. Risalire quindi il soprastante pendio uniforme e sostenuto (circa 40°) fino alla base degli scivoli sommitali della Barre. Svoltare a destra e percorrere un ripiano, ormai al di sopra delle seraccate, fino sotto la Breche Lory, piccola sella che si apre tra la Barre e il Dôme de Neige. Raggiungere la Breche, 3974 m, scavalcando direttamente la terminale, quando possibile. Altrimenti salire in pochi minuti al Dôme de Neige, 4015 m, e da lì scendere alla Breche (2-2.30 ore, in totale 3 -3.30 ore). Scalare il primo ripido salto (un passaggio di III+, chiodo, poi II) e traversare poi a sinistra alla forcella successiva. Da qui la cresta, poco inclinata ma molto stretta e aerea, presenta poi passaggi continui sul II. Si può rimanere sul filo o poggiare leggermente sul versante nord. Dopo il caratteristico spuntone del Pic Lory, 4086 m, dove si congiunge la cresta sud, il percorso diviene pressoché orizzontale, ma sempre con notevole esposizione e pari difficoltà, fino in vetta alla Barre des Écrins, 4102 (1-2 ore, totale 4-5,30 ore).

Discesa: Si svolge lungo l’itinerario di salita (3-3.30 fino al Refuge des Écrins).

Beau fix

Antefatto

Al Pré de M.me Carle facciamo giusto in tempo a cambiarci che il cielo si chiude, i rubinetti si aprono e inizia a piovere, anche piuttosto violentemente. Ezio, Atz ed io siamo qui per salire la Barre des Écrins. Riparati sotto la tettoia del ristorante beviamo una birra e ci interroghiamo sulla bontà delle previsioni, secondo le quali già la mattina il tempo si sarebbe messo al bello.

Poco dopo ci avviamo fiduciosi indossando le mantelline mentre cade ancora qualche goccia ma ampi squarci d’azzurro si disegnano nel cielo. Non più tardi di una dozzina di anni fa, la fronte del Glacier Blanc arrivava a lambire il sentiero nel punto in cui questo attraversa il torrente. Ora si è ritirata in modo impressionante, più di mezzo chilometro in linea d’aria, il paesaggio appare profondamente mutato e anche il percorso di salita risulta modificato. Dal Refuge du Glacier Blanc il sentiero prosegue a tra malagevoli pietraie e poi scende sul ghiacciaio. Proprio qui inizia a nevischiare e a far freddo, in barba alle previsioni.

Arrivati al Refuge des Écrins, io e Atz ci stendiamo ai posti assegnati nella camerata, al secondo piano di un tavolato a castello, e ci addormentiamo. Finché Ezio viene a chiamarci per la cena. Al richiamo ancestrale del cibo scatto come una molla ma, anziché discendere dal tavolato ‘faccia a monte’ come tutti i cristiani, mi lancio ‘faccia a valle’ mancando clamorosamente la panchetta che corre alla base del castello. Nel tentativo di toccare il pavimento senza schiantarmi, mi coglie un dolorosissimo crampo al polpaccio destro. Atterro senza grossi danni ma impiego qualche minuto a riprendermi.

Al tramonto la Barre appare finalmente libera dalla tormenta, smagliante nella nuova veste quasi invernale. Non ci rassicura affatto che il gestore si affanni a dichiarare la cresta in ottime condizioni “purché si abbiano i ramponi”.

All’ora della sveglia il cielo è stellato, fa moderatamente freddo e c’è vento. Gran confusione all’ingresso dove ieri siamo stati obbligati a lasciare i sacchi. Finalmente riusciamo ad accodarci alla lunga fila di luci sul sentiero che scende al ghiacciaio. I primi chiarori ci colgono al fondo dell’interminabile falsopiano glaciale. Risaliamo il primo ripido pendio sotto i grandi seracchi. Ezio non sta molto bene. Poco oltre, dove la traccia percorre un breve tratto pianeggiante egli abbandona. Ci attenderà qui.

Atz ed io riprendiamo la salita. L’ ambiente è bellissimo. Sotto la Breche Lory un crepaccio intransitabile obbliga a salire fino al Dôme per poi scendere alla forcella alla base della cresta e quando vi giungiamo siamo già tra gli ultimi. Molti peraltro si fermano al Dôme o qui alla Breche. Altri ancora stanno tornando indietro dopo i primi tiri. La cresta infatti, sferzata dal vento e imbiancata di neve instabile, non è affatto nelle migliori condizioni.

Per superare il primo salto facciamo quattro tiri. Poi proseguiamo con brevi tratti in conserva e altri brevi tiri di corda. Le assicurazioni sono precarie e poiché la cresta precipita sul versante sud, occorre tenersi costantemente sul ghiacciato ed esposto versante nord. I minuti passano mentre il vento solleva turbini di nevischio e li spara dritti negli occhi e nel collo. In un punto in cui occorre traversare orizzontalmente sul pendio della nord ad Atz parte un piede. Solo un attimo di spavento, niente più, che però ci trasmette la percezione dell’insicurezza del procedere. Così, giunti poco sotto il Pic Lory, decidiamo di rinunciare. Una ventina di metri più in basso, mentre disarrampico, le punte del rampone destro, la gamba del crampo, si incastrano in una fessura bloccandomi il piede mentre sto spostando il peso. Sento un ‘clac’ al ginocchio e un dolore acutissimo. Riesco comunque a usare l’articolazione.

Ci mettiamo un’ora e mezza per tornare alla Breche Lory. Poco dopo recuperiamo Ezio e scendiamo alla base della parete. Il caldo ora è opprimente e l’ampio bacino pianeggiante del Glacier Blanc è un forno. Cerchiamo di toglierci in fretta di lì e finalmente possiamo stenderci sulle placche levigate davanti al Refuge du Glacier Blanc. Quando, dopo mezz’ora di sosta, riprendiamo a scendere, incrociamo lunghe file di alpinisti e gitanti che salgono, mentre il Pelvoux e l’Ailefroide scintillano luminosi nella luce del pomeriggio. Il ginocchio mi fa male e sul terreno sconnesso del sentiero sono costretto a rallentare. Una volta a Torino mi riscontreranno una distrazione meniscale per cui dovrò stare a riposo un paio di settimane. La lezione è che alla Barre si va soltanto dopo alcuni giorni di bello stabile.

6-7 luglio 2002

Fatto

Passano cinque anni. Avere successo in montagna è anche questione di casualità e fortuna. Oltre a proporre la gita giusta e prepararla bene, è necessario disporre, al momento giusto, dei compagni giusti e del meteo giusto. Quando queste condizioni tardano a combinarsi, la frustrazione tende a prendere il sopravvento. Quest’anno, per vari motivi, il capitolo ‘alta montagna’ non l’ho ancora aperto. Possiedo anche un nuovo paio di scarponi da alpinismo e quale migliore banco di prova per collaudarli di una grande classica d’alta montagna?

Con la situazione meteo favorevole, trovo Ezio disponibile. Riguardo alla meta, formuliamo diverse ipotesi, ma infine concordiamo per la sortita alla Barre des Écrins, per chiudere il conto in sospeso. Peccato che Atz questa volta non possa partecipare.

Al Pré de M.me Carle fa caldo e il parcheggio è strapieno. Infatti, prenotando al Refuge des Écrins, abbiamo trovato solo posto sui tavoli della sala da pranzo. Quanto al caldo, lo zero termico in questi giorni è ben oltre i 4000 metri. In compenso le previsioni promettono beau fix. Dopo avere scovato a fatica un piccolo buco per l’auto al margine del parcheggio in mezzo alle frasche, ci incamminiamo, rassegnati a passare la notte nella salle a manger.

Superato il Refuge du Glacier Blanc e arrivati al punto in cui ricordo che si dovrebbe porre piede sul ghiacciaio, un nuovo tracciato invita a rimanere sulla morena. La superficie del ghiacciaio infatti appare nera e attraversata da caotiche crepe. Il sentiero compie numerosi saliscendi su grandi pietraie, con brevi tratti attrezzati. Approdiamo infine sul ripiano glaciale molto più avanti del previsto, dopo aver perso una cinquantina di metri di dislivello.

Mentre alle nostre spalle s’innalza l’imponente massiccio del Pelvoux, incombente con grandi salti rocciosi incisi da cascate sul Pré de M.me Carle, dinanzi a noi si apre la celebre visione del versante nord della Barre, un immane scranno di velluto bianco culminante con l’inconfondibile paretina dove numerose costole e banchi rocciosi innervano il il versante glaciale come le stecche di un ventaglio.

Il Refuge des Écrins è ormai 120 m più in alto del ghiacciaio. Grazie a qualche rinuncia, il gestore riesce a trovarci un posto in dormitorio. Tempo di riordinare i sacchi e stendere le coperte e veniamo chiamati a tavola, nel consueto e simpatico bailamme dei grandi pienoni. Un po’ la stanchezza, un po’ il fatto che stanotte avremo la sveglia molto presto, la nostra cena inizia e si conclude con un’ottima zuppa e all’ora del tramonto siamo già a dormire.

Lasciamo il rifugio prima dell’aurora e poco dopo iniziamo il lungo trasferimento sul ghiacciaio. Qualcuno sta attaccando il couloir della Barre Noire. Altre lucine appaiono già alte sul nostro itinerario. I passi percorsi in queste ore hanno sempre un sapore particolare: l’attesa e poi l’apparire dei primi chiarori, il profilo delle creste e delle cime che diviene nitido contro il cielo che pian piano impallidisce e infine l’esplosione rossa del sole sulle pareti più alte. Quando tutto s’è compiuto, siamo anche noi a metà salita.

Alla Breche Lory, luogo esposto ai quattro venti, anche oggi la brezza si fa sentire. La presenza di neve e ghiaccio sul primo risalto consiglia di tenere i ramponi. Dopo il primo tiro procediamo poi in conserva. A rifare il tratto che già conosco, sembra tutto facile. Ben presto ci imbattiamo nei primi che già scendono. Sulla cresta, stretta ed esposta, gli incroci non sono banali. Tocchiamo quindi il Pic Lory, nodo orografico principale cui si congiunge la cresta proveniente dal Pic Coolidge e il Col des Avalanches. Ancora mezz’ora di arrampicata e di equilibrismi e siamo in vetta, contrassegnata da una croce metallica sgangherata, malamente incastrata tra i massi.

Ci fermiamo quasi un’ora, mentre la cima si svuota. Alla fine, resta con noi soltanto una coppia di corvi dal becco giallo, gli choucas. Poco dopo giungono le cordate che han salito il couloir della Barre Noire e la cresta est. Poi iniziamo la discesa. Al colletto che precede il Pic Lory escono ancora due cordate dalla classica via del versante sud. A noi occorrono due ore di attenzione continua e una breve doppia prima di essere fuori dalle difficoltà. D’altra parte il meteo tiene magnificamente. Un gaio venticello ha mantenuto fin qui la temperatura fresca, ma non appena perdiamo quota verso il grande catino glaciale, il caldo riprende a farsi opprimente.

Percorriamo abbastanza rapidamente, su neve ormai molle, la traccia che scavalca qualche facile crepaccio e aggira gli spettacolari nodi di seracchi caratteristici di questo versante. Alla sua base, presso il Col des Écrins, sostiamo ancora. Poi iniziamo la lunga sgambata sul ripiano del Glacier Blanc. Veniamo superati dagli ultimi alpinisti saliti alla Barre da chissà quale parte e che ora scendono quasi correndo.

Abbandonato finalmente il ghiacciaio e liberatici di imbrago e ferramenta varia, riprendiamo il lento cammino alla luce radente del sole che si avvicina al tramonto. I colori sono splendenti e carichi. Scatto qualche foto, riprendo anche un cespo di margheritine.

Alcuni fiori hanno la corolla già rinsecchita sul lungo stelo dritto, mentre altri ostentano petali ancora freschi e rigogliosi. Dall’insieme emana il senso di qualcosa di antico, tenace e vitale nel quale mi immedesimo.

Giungiamo al Refuge du Glacier Blanc che è passata l’ora di cena. Chiedo al gestore se c’è posto per dormire e se è avanzato qualcosa da mangiare. Faccio poi presente che le famiglie a casa aspettano una nostra telefonata e i cellulari qui non prendono. Dopo un’iniziale diffidenza il gestore si rende molto disponibile. Mi lascia fare la telefonata dall’apparecchio privato (il telefono pubblico non c’è) e ci accorda, oltre ad una pentolata di ottima zuppa coi crostini all’aglio, anche la colazione domattina all’ora che vogliamo, con l’intesa di lasciarci due thermos con acqua e caffè caldi.

Lasciamo il rifugio con il primo sole, la giornata e la luce sono di nuovo stupende. Lungo il sentiero percepiamo quel caratteristico odore di terra smossa e vegetali lasciato dall’umidità della notte. Dietro una curva del sentiero sorprendiamo una marmotta che se ne caracolla via con tranquillità. Tutto si concilia con la sensazione di pienezza e di pace che la riuscita della gita porta con sé. Insieme alla stanchezza, essa rappresenterà il miglior antidoto al perseguimento di nuove velleità, almeno per qualche giorno.

4-6 agosto 2007

L’avvicinamento alla Cresta Ovest, via normale della Barre des Écrins
Sul primo salto della Cresta Ovest della Barre