Dal Passo del Sempione al Passo dello Spluga

compagni

Ai piedi del Leone

E’ la fine di Maggio del mitico 2009. Così tanta neve non se la ricorda nessuno, ma proprio per questo la traversata finora non è ripresa, sempre in attesa di condizioni di sicurezza idonee e del meteo favorevole. Ecco perché, quando finalmente possiamo partire, provo sollievo ma anche un po’ di rabbia per i quasi due mesi persi. Albeggia mentre parcheggiamo sul piazzale dell’Ospizio del Sempione, animato da una piccola folla. Procediamo intruppati in una lunga fila sino al passaggio della cresta dell’Hubshorn, dove, abbandonata la traccia e la folla, svoltiamo nel vallone di Chaltwassertall, soli, Marco, Paolo e io. Alla Bocchetta di Aurona, raggiunta relativamente in fretta, ci prepariamo a scendere. La relazione dice “portarsi all’estrema sinistra”. Qui, ai piedi della parete del Wasenhorn, una grossa cornice pare occupare tutta la larghezza del colle. Dopo avere ispezionato senza successo ogni possibile alternativa, siamo costretti a tornar lì per scoprire che, appena oltre la cornice, si apre uno stretto passaggio verso un pendio, ripido quanto basta, disseminato di pietre e segnato da profonde rigole, che si raccorda nel glaciale vallone di Aurona, ingombro di enormi valanghe. Comprendiamo perché il passaggio deve essere in condizioni.

Visione spettacolare sul paretone NE del M. Leone. Poi i primi larici già verdi, il torrente gonfio d’acqua e il Piano dell’Alpe Veglia coperto ancora da un metro e mezzo di neve. Il rifugio città di Arona è un grande edificio a più piani intonacato di rosa arancio, con il terrazzo occupato da tavoli e panche, cintato da un rustico steccato di legno. L’invernale è un comodo monolocale indipendente, addossato all’edificio principale. Un piccolo paradiso. Oziamo. Coperte e cuscini messi a scaldare al sole. Cibo e vino e anche una sigaretta. La stufa, in vista della notte, scoppietta allegramente giusto per togliere un po’ di umidità.

Con la prima luce, giunti al Piano di Saas Mor, siamo in vista del colle di Valtendra, incastonato tra la cima omonima e lo scosceso Saas Mor. Dal colle appare, lontana ma inconfondibile, la Scatta d’Orogna. Nella Valle Bondolera, allo sbocco del canalone, in precario equilibrio sull’erba secca e scivolosa all’interno di una larga fenditura aperta fino al terreno nel manto nevoso spesso più di un metro, per fortuna ancora gelato, ci accapigliamo con le pelli fradice che non vogliono riattaccarsi. Il luogo genera inquietudine: il pendio inciso da rigole e fratture è già completamente al sole. Saliamo il più velocemente possibile e usciamo in una curiosa conca circondata da scoscese quinte rocciose. La Scatta d’Orogna è soltanto 100 m più in alto. Il sole a palla davanti a noi. Una crestina nevosa, un traverso delicato, poi sci a spalle su per un pendio erboso veramente dritto. In discesa, cerchiamo a destra un passaggio che eviti la forra, in un valloncello laterale. Poi giù tra fitti larici, un torrente tumultuoso a destra e la fascia rocciosa a sinistra, fino al ponte del sentiero estivo. Qualche incertezza dove la neve comincia a scarseggiare. Ritrovato il sentiero presso il torrente, in pochi minuti siamo al piano dell’Alpe Devero. Giunti sulla strada, chiamiamo un taxi a Baceno, grazie al quale torniamo all’Ospizio del Sempione.

I grandi laghi

Trascorsa nemmeno una settimana, con la stagione agli sgoccioli, partiamo per il tratto Devero – Riale sfruttando un’altra finestra di bel tempo e potendo usufruire dei rifugi Margaroli e “3A” (dell’Associazione Operazione Mato Grosso), entrambi aperti.

Da Devero iniziamo a salire per prati dove fino a pochi giorni fa c’era ancora un consistente strato di neve. Alla diga del Lago Devero, ormai in gran parte sgelato, calziamo gli sci. Lo costeggiamo lungamente sulla sponda innevata, tra i larici. Ad un tratto mi accorgo che un attacco ha preso gioco. Nei traversi si forza sempre sullo stesso sci. Mi fermo e riavvito, ma un paio di viti purtroppo girano a vuoto. La discesa dal passo della Scatta Minoia sul lago del Vannino, anch’esso in disgelo, si svolge in un ambiente selvaggio e solitario, appena disturbato dai cavi e tralicci delle teleferiche che raggiungono da due diverse direzioni la casa dell’Enel e il rifugio Margaroli. Quasi al termine del traverso sulla dirupata sponda del lago, dove si sono già abbattute grandi valanghe, fa capolino una volpe, che, quando scarichiamo sacchi e sci dinanzi al rifugio ancora chiuso, prende a gironzolarci attorno sempre meno timidamente. Non lesiniamo alla nostra ospite abbondanti offerte di svariate cibarie. La bestiola, finalmente sazia, si accuccia a qualche metro da noi come un cagnolino. Arrivano i due giovani custodi del Margaroli. Ci dicono che la volpe si chiama Birba ed è la mascotte del rifugio.

Il mattino, con il cielo perfettamente terso, saliamo una buona mezz’ora prima che ci raggiunga il sole. Lago Sruer, poi una balza, un ripiano e un’altra balza. Ai lati, rocce ghiacciate da cui colano rivoli luccicanti. Stanotte ha gelato bene, ma il sole picchia forte. Sopra al passo del Vannino, in vista della Punta d’Arbola e del grande lago del Sabbione, lasciamo un po’ di materiale. Cerchiamo con lo sguardo sul lato meridionale della valle il rifugio “3A”, la cui localizzazione mi è stata sommariamente descritta per telefono. Conoscendo poco la zona ci è difficile individuare dove si trovi il “3A”, non riportato sulle carte a nostra disposizione. Poco sotto la Punta d’Arbola incontriamo un solitario che sta scendendo a piedi. Richiesto di indicarci il “3A”, ci mostra due costruzioni a malapena distinguibili sul filo della cresta al colmo del piccolo ghiacciaio dei Camosci (skilift per sci estivo), dove mai l’avremmo cercato. Avere incontrato il solitario è stato un bel colpo di fortuna. In cima alla Punta d’Arbola, una velatura grigia inizia man mano a coprire il cielo da sud-ovest. Ci sembra opportuno affrettarci.

Scesi al deposito dei materiali, ci inoltriamo velocemente verso il fondo del lago del Sabbione, dove montiamo le pelli e riprendiamo a salire in ordine sparso, sotto un cielo ormai tutto grigio. Ad un tratto il puntale ballerino del mio attacco improvvisamente viene via, con tutte le viti fortunatamente infilate nella piastra. Non rimane che riporre il tutto in un sacchetto, mettere gli sci sullo zaino e proseguire a piedi. Per economizzare energie punto direttamente nella direzione in cui dovrebbe trovarsi il rifugio, non ancora visibile, e mi aspetto prima o poi di vedere ricomparire gli altri poco sopra di me. Ma dei compagni nessun segno. Intanto è scesa la nebbia e inizia a nevicare. Ormai in prossimità delle costruzioni, vedo finalmente Paolo sbucare sci ai piedi da un ripidissimo traverso. Poi è la volta di Ezio ed Ettore, a piedi. Erano fuori strada. Ezio rincorreva Paolo che si stava dirigendo verso un ometto ben più a monte del rifugio, ed Ettore rincorreva Ezio. Nessuno di loro sapeva d’altra parte che fine avessi fatto io.

Sistematici nel rifugio, diamo una mano ai gestori a scaricare le vettovaglie fatte salire con la teleferica dalla diga del Lago del Sabbione. Poi, mentre Paolo aiuta in cucina, noi restanti ci dedichiamo ai miei sci. Recupero il puntale staccato e le viti, smontiamo anche l’altro, anch’esso con due viti spanate. Ripuliti viti e fori, da un ciocco di legna da ardere ricaviamo piccoli frammenti con cui riempiamo i fori. Infine, vi riavvitiamo con cura i puntali. Certo non dovrò forzarli, domani mi toccherà salire sci a spalle.

Seguendo le indicazioni dei gestori, il mattino ci incamminiamo verso un breve ma ripido canalino che mette in comunicazione il ghiacciaio dei Camosci con il Griesgletscher, presso l’ampia sella glaciale ad oriente del Blinnenhorn. Dalla sella risaliamo il versante SE del monte. In vetta, l’aria limpida e la completa assenza di nubi ci regalano un panorama immenso, dai lontani ghiacciai del Dammastock, al massiccio dell’Oberland, fino alla catena del Rosa. Il primo tratto di discesa, ripido e divertente, ci conduce velocemente al plateau del Griesgletscher. Nessuno in vista, a giro d’orizzonte. Percorriamo il lungo ghiacciaio sotto la cresta di confine fino trovarci quasi sopra il Griessee. Dal passo di Gries nuovamente pendii ripidi e strettoie, quindi il pianoro e l’alveo del torrente fino a poche decine di metri dal vasto lago di Morasco, a un chilometro di strada da Riale. Chiamamo il “nostro” taxi di Baceno che ci riporterà all’auto lasciata a Devero.

La traversata del Basodino

Partire o non partire? Dall’inizio della primavera di questo 2010 mi sono posto il dilemma più volte: mai due giorni consecutivi di bel tempo! Attorno a metà Aprile sono previsti finalmente un paio di giorni splendidi. Le condizioni di pericolo sono sotto il 3. Decidiamo di partire, Paolo, Marco, Paola, Alberto ed io.

Questa volta è inevitabile affidarsi ai mezzi pubblici. Dall’autista dell’autobus che da Domodossola sale in Val Formazza veniamo a sapere che l’ultima fermata sarà Ponte Formazza e non Riale. Così ci troviamo a Ponte Formazza in cerca di qualcuno disposto a darci un passaggio fino a Riale, sette chilometri di strada e quasi 500 m di dislivello. La gestrice di una pizzeria si fa in quattro e con l’aiuto di un cugino col pickup ci trasporta con zaini e sci a Riale.

Calziamo gli assi. Alle nostre spalle cumuli torreggianti si addensano sulle cime più elevate dove, al sole arrabbiato del pomeriggio, rilucono i pendii innevati. Il resto azzurro. Un vento leggero mantiene decente la neve a dispetto dell’ora e dell’esposizione. Il rifugio Maria Luisa è semisommerso dalla neve. Di fronte si staglia l’arcigna cresta del Basodino, interrotta dalla Kastelluke. Accoglienza cordiale e cena speziata con la rinomata “zuppa del rifugio”.

In due ore il giorno dopo siamo alla Kastelluke. Traverso esposto e breve discesa sul ramo settentrionale del Ghiacciaio del Basodino. Dal colletto a quota 3200 saliamo a piedi la breve cresta. Dalla esigua cima, una vista spettacolare. Durante la discesa del ramo meridionale del Giacciaio del Basodino, con neve perfetta e giusta pendenza, gli attacchi mi si aprono due volte. Anche gli attacchi di Paola iniziano a soffrire dello stesso difetto: ogni tanto in curva le talloniere mollano. Sarà una sindrome contagiosa? Un mistero. Su neve ormai pesante, seguendo precedenti tracce attraversiamo su cenge nevose il promontorio che separa i due rami del ghiacciaio. Al fondo dell’ultimo canale, ormai in vista del lago di Robiei, ci troviamo a passare di corsa sotto il tiro di pericolosi lastroni poggianti su un liscio pendio roccioso, solo in parte slavinato. Alla capanna Basodino trascorriamo parte del pomeriggio a revisionare le talloniere degli sci miei e di Paola. Scopriamo che due diversi e fortuiti posizionamenti anomali delle talloniere (entrambi rari ma possibili) ne pregiudicavano il corretto funzionamento. Il gestore intanto ci informa che il meteo sta cambiando, naturalmente in peggio, prospettando una domenica decisamente brutta.

Il mattino, dopo qualche tentennamento, decidiamo di partire, sul genere “saliamo un po’ e poi vediamo”. D’altra parte qui, alla capanna Basodino, siamo in un cul de sac: il ripiegamento sarebbe davvero complicato. Sono le 6 e sta nevicando debolmente. Visibilità 50-100 metri, due dita di neve fresca sopra lo strato vecchio, non rigelato e cedevole. Seguiamo il solco della Val Cavagnolo, stretta tra alte e ripide sponde da cui fortunatmente è già sceso di tutto. Ogni tanto il torrente esce allo scoperto e dobbiamo costeggiarlo sui fianchi impervi. Tocchiamo la bellissima baita di Lielp, al riparo di un modesto dosso con croce, il cui tetto, arrotondato nella parte posteriore, è costituito da piccole lose rettangolari. Giungiamo al Lago Bianco. Un canalino, già interrotto in alto da una cascatella, conduce presso l’arrivo di una teleferica. Da qui, con l’aiuto della bussola ci indirizziamo al valloncello sospeso che sbuca alla sella 2474 sopra il Lago Sfundau.

Decisi a proseguire, cerchiamo di dirigerci al Passo Cristallina per discendere la Val Torta. Persi una novantina di metri, attraversiamo l’ondulato ripiano innevato del Lago Sfundau, sotto una parete da cui scaturisce, attraverso un enorme foro, una curiosa cascata gelata. Dal fondo del lago ci portiamo ad un pianoro sui 2500 m che dovrebbe trovarsi sotto il passo del Cristallina e l’omonima capanna. Ad una improvvisa schiarita questa infatti appare sopra di noi, a meno di cento metri. Se non è un miraggio, ci siamo. Vi troviamo il gestore in procinto di scendere, in previsione di un ulteriore peggioramento del tempo. Ci consiglia di seguirlo. Breve sosta alla capanna, quindi inforchiamo gli sci e ci lanciamo, si fa per dire, all’inseguimento del gestore. Dopo i primi trecento metri di discreta visibilità, non ci resta che ricalcarne alla cieca le tracce. Nonostante tutto, dopo un ultimo tratto su mulattiera, arriviamo ad Ossasco in tempo per l’autopostale delle 14,45. Segue quindi una serie di cambi fino a Milano, da cui, dulcis in fundo, un regionale stracolmo ci riporta a Torino… in tutto sette ore abbondanti.

Un angelo e due fulmini

E’ fine Aprile e le previsioni “garantiscono” due giorni di bel tempo. In quattro e quattr’otto contatto i soliti compagni. Paolo e Alberto si dicono disponibili. E’ la tappa cruciale, con la quale tenterei di arrivare al S. Gottardo. Il rifugio Piansecco, sopra All’Acqua, non è più custodito, ma la gestrice mi assicura che il locale invernale è fornito di tutto l’indispensabile, incluse stufa, legna e stoviglie. La successiva Rotondohütte è custodita. Giungiamo a All’Acqua a metà pomeriggio. Ci avviamo sci a spalle. La neve che fa capolino qua e là nei canali e nelle curve in ombra del sentiero, i larici già verdi, il profumo della primavera nell’aria e appena più su una montagna ancora invernale. Al rifugio scopriamo che l”’invernale” è tutto il rifugio. L’acqua non manca e c’è anche la luce elettrica generata da una piccola turbina. Nell’angolo cucina, con grande sorpresa, troviamo la stufa già accesa. Poiché abbiamo incontrato una donna che scendeva, supponiamo si trattasse della custode venuta a “prepararci” il rifugio. Ma perché non svelarsi? In ogni caso il rifugio tiepido con la stufa scoppiettante ci appare il dono di un angelo. Allestiamo quanto prima la cena e col buio siamo in cuccetta.

Partiamo mentre sta schiarendo. Stanotte è gelato come si deve, perciò, per salire al Passo di Rotondo, puntiamo alla via più diretta che passa dal colletto della quota 2773. La neve inizia alle spalle del rifugio. Mentre arranchiamo sui resti di valanga alla base della selletta, veniamo raggiunti e superati da due che salgono come fulmini, s’infilano nel canale sci ai piedi ed escono in men che non si dica. Nel frattempo, ci ha man mano avvolti uno strato di nubi. Dal colletto traversiamo al Passo di Rotondo. Contando sulla benevolenza del vento che respinge le nubi non appena si affacciano sullo spartiacque, decidiamo di puntare al Pizzo Rotondo. La montagna è sgombra, a nord è tutto azzurro, ed è ancora presto. Nel canale vediamo impegnate quattro persone, due con gli sci sul sacco. Noi lasciamo gli sci alla base del canale, sotto una stupefacente parete di gneiss lavorato in sinuose pieghe regolari. Salendo con i ramponi, ad un tratto vediamo i due con gli sci sul sacco ritornare dal ramo destro del canale e risalire l’altro ramo che termina ad una forcella appena più bassa. Imbocchiamo il ramo di destra, in direzione della vetta. A metà incrociamo gli altri due che scendono. Sono di lingua tedesca e provengono dalla Rotondohütte. Dunque gli altri con gli sci sono i “fulmini” che ci hanno superato.

Dalla forcella saliamo velocemente all’ometto della cima. Un mare di nubi si stende candido dall’Italia alla Val Bedretto, sconfinando in alcuni punti con sbuffi di vapori immobili, simili a larghissime cascate gelate. Facciamo rapidamente dietro front e alle 11,20 siamo nuovamente agli sci. Ci immaginiamo già alla Rotondohütte con un boccale di birra, pronti a stenderci in branda. Poco oltre il Passo di Rotondo iniziamo un lungo traverso per aggirare i ripidi versanti occidentali e settentrionali del Pizzo Rotondo. Ci troviamo al punto di diramazione di più valloni glaciali che fanno capo al Muttenpass e al Witenwasserenpass, cui dobbiamo salire, separati dai due Leckihorn, splendide mete sciistiche. Scavalcate due successive dorsali, nuovamente con le pelli saliamo sul plateau superiore del Gerengletscher, ai piedi del Poncione di Pesciora e dello scivolo NNE del Pizzo Rotondo, un imbuto impressionante parzialmente chiuso in basso da una fascia di rocce e difeso da una terminale. Lo scivolo è elegantemente firmato dalle tracce di discesa dei due “fulmini”, a partire da una forcella di cresta che riconosciamo. Il sole picchia e la birra della Rotondohütte è sempre lontana. Tra metti e togli, il traverso non finisce mai e si sono fatte le 13.

Una ripida cengia nevosa esposta su un salto di rocce, permetterebbe di superare l’ultima dorsale e giungere direttamente sul ripiano glaciale del Witenwasserenpass. Ma la neve è marcia e cedevole e il passaggio non offre il massimo della sicurezza. Io e Alberto cerchiamo un’alternativa. Scendiamo di 150 m e la risalita finale è un vero patimento. Quando finalmente alle 14,30 tocco il colle, sono sfinito. Giunti alla capanna alle 15,15 dopo un ennesimo saliscendi, questa volta so benissimo cosa fare e in quale ordine: bere, mangiare, dormire.

Il gestore dice: föhn da sud, tempo brutto in Val Bedretto. Infatti, per tutto il giorno il fronte di nubi gonfie di vento è rimasto sospeso a ridosso delle montagne. Il Pizzo Lucendro, nostra prossima meta, è scoperto solo per brevi momenti.

Il vento soffia tra le strutture della capanna per tutta la notte. Usciamo alle 5,30, indecisi sul da farsi. Fuori si percepisce un tetto di nubi compatto a sud e un po’ più sfilacciato qui sopra. Non è gelato e la neve è una crosta tremenda, un po’ portante e un po’ no. Sarà già tanto riuscire a ripiegare alla men peggio a Realp senza farsi male. E al Gottardo ci penseremo poi. Perdendo quota la situazione non migliora. Dopo Ober Chäseren puntiamo agli ultimi pendii innevati esposti a nord e giungiamo sci ai piedi al ponte di Ebnen, alla confluenza con il vallone di Mutten. Sfruttando resti di slavine, scendiamo in sci lungo la strada ancora per circa un chilometro. Dopo di che, sci a spalle, giungiamo a Biel e, infine, a Realp. Alle 8,15 siamo in stazione. Secondo le precise indicazioni del gestore, intorno alle 9 passa il treno per Göshenen, dove cambiamo per Airolo. Da qui, per non attendere il prossimo bus fino alle 14, con l’aiuto dell’Ufficio del Turismo chiamiamo un taxi e alle 11 siamo alla nostra auto a All’Acqua e alle 15,30 a casa.

La traversata del Pizzo Lucendro

Dopo contemporanea defezione dei compagni più assidui, due amici accettano entusiasti di accompagnarmi in questo tentativo (che deve essere l’ultimo) di concludere la traversata: sono Ettore, un veterano, e Paolo, detto Paolone, alla prima esperienza di traversata. Mi domando ancora quale buona stella li abbia illuminati. In ogni caso il Pizzo Lucendro è una magnifica montagna il cui nome evoca appunto la luce, e poi la Rotondohütte è un bellissimo rifugio in panoramica posizione la cui visita può valere il pacco di ore necessario a raggiungerlo.

Ripiegando dalla Rotondohütte nella scialba mattina di tre settimane fa, mentre nubi nere gonfie di vento scavallavano dalla Val Bedretto e coprivano le cime, mai e poi mai avrei scommesso che entro quest’anno sarei risalito in sci alla capanna. Ero stanco e demoralizzato e per 24 ore ho persino pensato di darla per buona e finirla lì. Le 24 ore sono state sufficienti per rinsavirmi e farmi guardare serenamente al futuro: o quest’anno o il prossimo, la traversata l’avrei finita al San Gottardo! Quanto all’anno in corso si trattava di vedere quel che i giorni di pioggia succedutisi alla ritirata dalla Rotondohütte avrebbero lasciato sui monti. Terminato il diluvio, telefono al gestore. Mi dice che è nevicato fino a 1800 metri e in alto ce ne sono 2 metri, ma si sta stabilizzando; ci sarà da camminare almeno un’ora lungo la strada di Wasseren; il rifugio non sarà custodito, ma c’è la parte invernale. Il bollettino dà grado 2, in rialzo nelle ore calde, e il meteo promette bene.

Così un sabato di fine Maggio salgo alla Rotondohütte con Ettore e Paolone. Transitando dal San Gottardo, aperto appena giovedì (condizione che mi ero posto come tassativa) incontriamo un brulicare di scialpinisti di ritorno dal Lucendro e dalla Fibbia. A Realp ci incamminiamo sci sul sacco lungo la strada. La neve inizia bruscamente sui 1900 metri. Al di sotto è tutto verde, al di sopra tutto luccica di quel bianco un po’ abbagliante della neve fresca. A distanza di tre settimane la valle appare ammantata di molta più neve, con le cime incrostate come vette himalayane, le cornici che sporgono di diversi metri, grandi e recenti valanghe scese un po’ ovunque. Un paesaggio inconsueto per la terza decade di Maggio a queste quote.

Dopo i primi entusiasmi, la salita comincia a pesare e i pali di segnalazione, numerati a scalare, sembrano ricordare ogni volta con crudeltà la distanza che ancora ci separa dal rifugio. Vi giungiamo dopo cinque ore esatte. L’ampio e accogliente locale invernale è già animato da quattro svizzeri che, messa sulla stufa accesa un’enorme pentola di neve, stanno dando fondo alle provviste: sarà un pranzo in ritardo o una cena in anticipo?

Alla sveglia gli Svizzeri sono già partiti. Fuori è tutto sereno. Lasciamo il rifugio con la prima luce, scendiamo sul fondo del vallone e lo attraversiamo. Mentre montiamo le pelli, alle nostre spalle le cime iniziano a illuminarsi. Il nostro versante è ancora immerso in un acquarello azzurro e grigio, senza ombre. Sulla bella cresta nord del Lucendro c’è già il sole e sulla cima brilla una grande croce o ripetitore che sia. Nel ripido canale che dà accesso alla sella a quota 2800 ci districhiamo con qualche difficoltà tra i residui gelati di valanghe. Usciti al sole, veniamo investiti da una vera vampa di calore. Ci affrettiamo nel traverso verso il piccolo ghiacciaio del Lucendro con neve già molle. Poche ore più tardi, dal Passo del San Gottardo, noteremo che una valanga con un fronte di un centinaio di metri avrà nel frattempo spazzato la nostra traccia. Dalla via normale sta salendo una lunga fila di persone. La breve e facile cresta sommitale ci conduce rapidamente al scintillante segnale di vetta, un ripetitore alto 4 o 5 metri, festonato di neve ghiacciata a formare una sorta di fantasmagorico bulbo.

La discesa al Passo del Lucendro è supertracciata. La neve ancora buona e la discreta pendenza ne fanno una sciata esaltante. Dal passo proseguiamo sotto il versante occidentale della Fibbia. Da qui superiamo il ripido canale che dà accesso al Passo della Valletta, dove una fantastica cornice orla il profilo della sella, transitabile in sci in un unico punto. Ora solo più discesa, lungo i valloni e i dossi del dolce versante Gottardo. Poco prima di mezzogiorno siamo alla strada, non lontano dall’agglomerato di costruzioni dell’Ospizio. Ingombranti tralicci dell’alta tensione, una fiumana di auto parcheggiate e altrettante in transito, moto di tutte le fogge, sciami di ciclisti e di semplici turisti: una folla multiforme e brulicante, con capannelli che attorniano i gabbiotti mobili sorti qua e là tra alti muri di neve appena fresata, dai quali esala il caratteristico afrore dei wurstel alla griglia. Una birra, soltanto una birra, per il mio regno! Telefonata al taxi già prenotato da casa, un breve viaggio sul furgone giallo e siamo nuovamente alla nostra auto a Realp. Grazie a tutti voi, amici! E’ davvero fatta!

Osservo dal balcone di casa grappoli di nuvole rischiarate dalla luna che si muovono lenti nel cielo. E’ il presagio che domani sarà brutto, come da previsioni. Oggi ho concluso la mia piccola grande traversata in sci delle Alpi piemontesi e valdostane, durata ben 20 anni. Durante il lungo viaggio di ritorno, un verso mi echeggiava all’orecchio: “Vittoriosi e liberi noi siam”. Beh, vittoriosi è evidente. Liberi, io e gli amici che si sono avvicendati in questi anni ad accompagnarmi, lo siamo altrettanto: nessuno ne poteva più, di questo mio dover arrivare al San Gottardo!

La traversata sci alpinistica Val Tanaro – San Gottardo, sulle orme dell’UGET degli anni ’70, è fatta. In autunno organizzo una grande festa con tutti gli amici che mi hanno accompagnato fin lì.

Il nuovo inizio

Tuttavia, appena liberi da un tormento, si può provarne già una sorta di nostalgia? E’ paradossale, eppure sì, si può.

Quando, alle 5,30 di un venerdì di inizio Marzo del 2011, Marco ed io partiamo da Torino sotto una nevicata, con l’accordo che il primo turno l’avrei fatto io, Marco crolla all’istante, ma dopo dieci minuti mi addormenterei anch’io. Dieci minuti son pochi per chiedere già il cambio. Di quell’ora alla guida non ricordo nulla, tangenziale, caselli, uscite, se non la fatica di strizzare gli occhi e darmi pizzicotti per tenermi sveglio. Pericoloso. La comparsa dell’Autogrill mi sembra una chimera. Sveglio Marco, prendiamo un caffè e siede lui il volante. Il caffè non mi impedisce di cadere in uno stato di narcolessia dal quale non mi scuoto fino al confine Como-Chiasso, dove cerchiamo di presentarci lucidi alla dogana svizzera per acquistare il talloncino autostradale.

Ebbene sì, dopo la conclusione della traversata sci alpinistica Val Tanaro – San Gottardo, sono ripartito. Questa volta mi pongo una meta “finale” molto vicina, che eventualmente sposterò: il Passo dello Spluga, termine delle Alpi Lepontine, tanto per darmi una giustificazione geomorfologica non troppo impegnativa. Per cominciare, in questi due giorni dovremmo giungere da Airolo a Campo Blenio, impegnati, a partire da qui, a risalire le tracce dei fratelli Odier.

Mentre in Piemonte sta nevicando e c’è pericolo 4, dalle parti di Como il cielo è decisamente aperto e nell’alta Val Levantina poca neve fresca imbianca le montagne fino a bassa quota. Secondo il bollettino svizzero, il grado di pericolo previsto oggi è 2, un contesto di ragionevole sicurezza.

La neve nuova ci consente di calzare quasi subito gli sci su una stradina che troppo presto abbandoniamo per infilarci nel solco della valle del Büi. Ci tocca uscire dall’intricato e ripido bosco con gli sci in mano e la neve alle ginocchia. Ricalzati gli sci, con l’alzarsi della temperatura la neve comincia a fare zoccolo sotto le pelli ormai bagnate. Arrivati in qualche modo sulla Cima Föisch, ci affacciamo sull’enorme lago artificiale di Ritom, completamente innevato, e sui vasti altopiani della Val Piora che dovremo attraversare. Dalla Bocchetta Föisch occorrerebbe scendere verso la diga lungo un dirupato pendio esposto ad est, dove passa il sentiero estivo, assai poco invitante. Marco suggerisce di tagliare su una cengiona che sovrasta il lago con esposizione sud, altrettanto ripida ma già svalangata, con pendii erbosi ricoperti da poca neve ancora dura. Assenti anche le cornici sulle creste. Decidiamo di traversare. Il diagonale a tratti è impressionante, esposto su saltini e canali. Cerchiamo di mantenerci alti così da raccordarci alla riva del Lago Ritom più avanti possibile. Al termine del traverso siamo oltre metà lago e sostiamo per far asciugare le pelli, dovendole rimontare. Una stradina innevata prende quota in direzione di un ripiano dove, in un anfiteatro tra scoscese pareti, presso la riva di un altro lago, sorgono le casette disabitate di Cadagno di Fuori. Senza più ansie avanziamo lentamente verso l’Alpe Piora, dietro cui improvvisamente si staglia, annunciata dalla bandiera crociata, la Capanna Cadagno. Alle nostre spalle il sole cala con un tripudio di luce in una fuga prospettica di monti innevati. Cielo sgombro, freddo, nessuno.

Una porta a strisce bianche e rosse segnala l’ingresso della parte invernale del rifugio, riparato da una tettoia che ospita anche la legnaia. Vi troviamo un ceppo su cui è infissa un’accetta e anche una grossa pala. Liberato l’accesso dalla neve, ci dedichiamo alle due stufe presenti nella vasta sala da pranzo. Lascio a Marco maneggiare la scure. Una delle stufe non ne vuol proprio sapere. L’altra al secondo tentativo prende a scoppiettare e dopo un po’ si starebbe abbastanza bene, non fosse per il fumo che ristagna nella stanza. Siamo costretti così a spalancare finestra e porta di ingresso. Fuori c’è una piccola fontana avvolta in una imbottitura isolante, in cui sentiamo gorgogliare dell’acqua. Proviamo ad aprire il rubinetto e un bel rivolo esce zampillando. Nell’ingresso notiamo un vistoso interruttore, azionato il quale nella sala si accende la luce. Al fondo del ripostiglio per gli scarponi c’è una porta con su scritto ‘toilette’. Da non credere, eppure c’è un bagno spartano ma funzionante, con tanto di secchi pieni di acqua con… antigelo. Gli svizzeri non finiscono di stupirci!

Sveglia, colazione, preparazione dei sacchi, pulizia del rifugio e partenza al buio, perché Marco deve essere a casa per ora di cena. In questi casi occorre tenere a bada lo stress del “fare in fretta”, ponendosi obiettivi intermedi. Ora dobbiamo soltanto salire al Passo delle Colombe, poi vedremo. Alla peggio, si può ripiegare dalla strada del Lucomagno. Nel lungo falsopiano, ogni minimo infossamento rischiarato dalla frontale appare un abisso. Oltrepassiamo il ponte senza avvedercene e facciamo poi fatica ad attraversare il torrente. Le montagne della Val Levantina si accendono alle nostre spalle. Usciamo al Passo delle Colombe con il sole, sotto il Pizzo dell’Uomo dalla cui cresta sommitale emanano lunghi pennacchi di neve trasportata dal vento.

Discendiamo tra dossi e vallonetti con pendenze ideali e una neve inizialmente stupenda, mentre in basso dobbiamo evitare la neve toccata dal sole che si fa di botto crostosa. Al ponticello sul Brenno del Lucomagno sono le 9. Siamo circa a metà strada, in perfetto orario, e ci sentiamo in buona forma. Rimesse le pelli, ripartiamo lungo i bordi innevati della cantonale, su cui transitano rari automezzi. Il dirupato versante del Passo di Gana Negra si lascia risalire con pendenze mai eccessive, inciso a metà da curiosi canali paralleli a mezzaluna, un breve tratto sci a spalle. Dal Passo si materializza l’imponente massiccio dell’Adula, meta della prossima tappa. L’esteso vallone dell’Alpe Boverina consente una sciata di pregio fino alla capanna omonima. Da qui la valle, coperta da una fitta foresta di pini, si restringe e non resta che proseguire sul sentiero estivo, sci a spalle, finché incrociamo una strada ancora tutta innevata, lungo la quale, grazie alla temperatura bassa, filiamo veloci. Attraversati gradevoli villaggi disabitati, ci raccordiamo infine alla pista del piccolo impianto di Campo Blenio.

Telefoniamo al taxista prenotato da casa e alle 15,10 siamo sul furgone di un paffuto e gioviale signore. Ci vorranno un’ora e 70 km per recuperare l’auto, tuttavia alle 19,45 in punto saremo sotto casa di Marco. Perfetto!

La traversata dell’Adula

Un sabato di metà aprile dello stesso anno, partiamo da Torino, sotto qualche goccia di pioggia, in tre, Marco, Paolo e io, verso l’Adula. Atz, il quarto componente della spedizione, ci attende al confine Como-Chiasso alle 5, proveniente da Monza. Questa volta lascio subito la guida a Marco, che è ben riposato, per svegliarmi giusto al confine, dove ci presentiamo puntuali all’appuntamento con Atz. Per semplificare il rientro, lasciamo un’auto a Bellinzona.

Giungiamo a Campo Blenio e iniziamo a risalire la strada di servizio che scopriamo essere transitabile fino alla diga del Luzzone. Guadagnamo ben 400 metri di dislivello. Caricati gli sci sui sacchi, alle 7,45 ci avviamo. Galleria, tornanti, altra galleria, il Lago di Campietto e finalmente l’imbocco della valle sospesa di Carassino, curiosa diramazione terminale della valle principale che si innalza in senso opposto a questa.

Dall’Alpe della Bolla appare il primo scorcio del fondovalle su cui campeggia la Cima di Gana Bianca. Da qui inizia lo spostamento di quasi 7 chilometri in lento falsopiano. Soltanto all’Alpe Cassimoi possiamo calzare gli sci su neve continua. Capire come è conformato il fondovalle non è semplice e lo è ancora meno individuare la posizione della capanna, nascosta da vari contrafforti laterali. Oltrepassiamo in profondità le ripide pendici del Pizzo Sorda, Pizzo Cassimoi, Piz Jut e Grauhorn. Ora ci ha raggiunti il sole e la rigida temperatura del mattino si addolcisce rapidamente. Da circa 2050 metri ci innalziamo a sinistra di quello che pare il colletto di fondovalle, aggirando il costone che scende dal Grauhorn. Gli ultimi 300 metri sono ripidi, ormai in vista del rifugio il cui tetto si disegna contro il cielo sul colmo di un poggio. Alle 12 siamo tutti su e apriamo la capanna. Un locale con stufa dà accesso ad un’ampia sala da pranzo con annessa cucina, dotata di un’altra stufa, lavandino e dispensa. Fuori, due tavoli con panche e, poco distante, una fontana che gorgoglia ancora tra i ghiaccioli. Accendiamo una stufa e, avendo scovato lattine di birra e varie confezioni liofilizzate di orecchiette con broccoli non ancora scadute, decidiamo di approfittarne, dietro congruo versamento di un tributo nell’apposita cassetta delle offerte. Due ticinesi di ritorno dal Grauhorn, salito in giornata, giungono in tempo per partecipare al banchetto prima di fiondarsi al Luzzone: ce n’è per tutti! Segue una pennichella da cui ci riprendiamo solo verso ora di cena, all’arrivo di due ospiti monzesi, anch’essi diretti alla nostra montagna.

Il rigelo è buono, il tempo un po’ meno. Un’infida nebbionila sale e scende, scoprendo a tratti una luna gialla. Ci incamminiamo con le frontali, seguendo precedenti tracce che portano sul percorso estivo, segnato qua e là da ometti. Errore. Perdiamo tempo su campi nevosi sempri più erti dove piccole fasce rocciose obbligano a togliere gli sci e affrontare scomodi traversi. Mentre fa chiaro, le nebbie si ritirano definitivamente e i pendii si addolciscono nelle morene che precedono l’alto Vadret di Bresciana, consentendoci di vedere finalmente l’Adula, annidato all’estremità di un largo anfiteatro glaciale. Con un ampio semicerchio oltrepassiamo l’Adulajoch verso la cima che già splende al sole. Troviamo un buon passaggio per scavalcare la cresta e portarci sul versante nord della montagna. Usciamo sullo stretto passo, tra ondulazioni e festoni lavorati dal vento, dove il sole crea strani giochi di luce sulle striature della neve soffiata. Sulla cima dell’Adula veniamo raggiunti dai monzesi, comodamente partiti due ore dopo di noi.

Una rapida carrellata sulle sconosciute cime circostanti e su quelle più lontane, tra cui, a oriente, individuiamo il Bernina. Le pericolose gole di Paradies, sotto la Zapporthutte, attendono gli incauti ultimi a fauci spalancate. Un quarto d’ora e ci lanciamo giù sul regolare versante nord. Quando la pendenza smorza, e prima che si delinei la cresta del Lenta Luke, seguiamo le tracce che affrontano a destra il dritto pendio del Ghiacciaio Paradies con 200 metri di neve gessosa, piuttosto impegnativa. Poi ci accoglie la migliore trasformata desiderabile, la neve velluto, lungo un percorso sinuoso su belle pendenze, tra canali e roccette, in splendida vista sui regolari pendii che salgono al Rheinquellhorn. La temperatura è giusta e, nonostante l’esposizione a est, la neve tiene fino in basso. Al termine del piano di Ursprung, la valle pare chiudersi. Il passaggio è sul versante destro della valle in località Paradies, dinanzi alla piccola Zapporthutte, abbarbicata su un’esigua cengia erbosa, fino all’imbocco della temute gole. Mai un toponimo che ricorda il Paradiso è parso più incongruo. In effetti, il loro transito è adrenalinico. Qui precipitano i vertiginosi versanti nord dello Zapporthorn, in alto ancora impiastrati di neve fresca, interrotti da fasce rocciose, arabescati da innumerevoli cascate gelate su cui è appena arrivato il sole di mezzodì. Il fondo delle gole, in cui si raccolgono tutte le valanghe, è un caos di blocchi di neve dura e residui vegetali strappati dalle scariche, tra cui non è semplice né rapido districarsi. A volte dobbiamo procedere sci a spalle.

Quando usciamo sul letto pietroso del torrente in località Zapportstafel tiriamo un sospiro di sollievo. Percorriamo, ormai rilassati, sci a spalle, il lungo falsopiano alluvionale dell’Hinterrrein sulla strada di servizio del campo di tiro dell’esercito elvetico, in questi giorni ovviamente non utilizzato. Il terreno, tra cui sono mimetizzati bunker, bersagli e punti d’osservazione, è tutto disseminato di ogive, spolette, bossoli e spezzoni di proiettili di tutti i calibri. Poco dopo le 13, ancora accarezzati dalla brezza che ha mantenuto la temperatura accettabile, giungiamo alla fermata del bus presso l’imbocco del tunnel del S. Bernardino, Nord Portal, a mezzo chilometro da Hinterrein. Dinanzi a noi prosegue verso oriente la Valle del Reno, che si è aperto la strada tra due catene di monti impervi, dove si celano il Pizzo Tambo e il Piz Suretta, mete di un’eventuale prosecuzione in direzione del Bernina. Ma ora non resta che dare fondo ai viveri, in attesa del Postale che ci porterà tranquillamente a Bellinzona.

Dopo avere consultato cartine, relazioni e libri, verifico che le montagne tra il S. Bernardino e Splugen non sono transitabili in sci con continuità: risultano sciabili soltanto la salita al Piz Uccello da S. Bernardino e quella al Pizzo Tambo da Splugen. Non per nulla i fratelli Odier avevano percorso i dieci chilometri che separano le due località lungo la strada. Dunque do per conclusa al Passo del S. Bernardino la traversata sciistica delle Lepontine.