Dent Blanche

Dent Blanche, 4357 m. Via normale per la cresta sud (Val d’Hérens).

Caratteristiche: Salita di grande soddisfazione, impegnativa e completa con passaggi tecnici, di ghiaccio e roccia, su una grande montagna, una delle più celebri e isolate piramidi del Vallese. L’avvicinamento è lungo, privo dell’ausilio di impianti. La cresta presenta un discreto dislivello e un notevole sviluppo. Il percorso dopo il Gran Gendarme non è intuitivo, privo di corde fisse e con alcuni passaggi tecnici obbligati. La roccia è generalmente solida in cresta. Porre attenzione alle pietre mobili nel canale del Gran Gendarme, quando privo di neve.

Difficoltà: AD

Dislivello: 850 m la cresta

Carte: CNS 1:50.000 f. 5006, Matterhorn Mischabel.

Accesso: Autostrada Gravellona Toce fino a Domodossola, Passo del Sempione, Briga; oppure autostrada di Aosta, Gran San Bernardo, Martigny. Da Briga o da Martigny percorrere la valle del Rodano, prendere l’uscita Sion Est e svoltare nella Val d’Hérens che si risale fino a Ferpecle.

Avvicinamento: Punto d’appoggio è la Cabane de la Dent Blanche, 3507 m, che si raggiunge seguendo prima un buon sentiero, poi tracce con ometti e infine su ghiacciaio, con 1700 m di dislivello in 5-6 ore da Ferpecle (1800 m). Dal villaggio incamminarsi lungo una stradina e poi seguire il comodo ed evidente sentiero che conduce agli Alpeggi di Bricola (2415 m, 2 ore). Da qui proseguire a mezzacosta verso il Glacier du Manzettes seguendo sempre il sentiero fino a una quota di circa 2600 m, dove, ad un bivio, si prende la diramazione di sinistra. Attraversare la morena, passare a destra di un piccolo lago glaciale, quindi salire una cresta a blocchi, seguendo segni e ometti, per giungere sul Glacier des Manzettes. Risalire il ghiacciaio fino alla Cabane de la Dent Blanche, addossata a delle rocce (3507 m, 3-4 ore da Bricola, tot. 5-6 ore). La cresta inizia direttamente sopra la Cabane de la Dent Blanche.

Salita: Dal rifugio iniziare a salire la cresta rocciosa (o di misto) alle spalle della capanna. Seguirla stando a destra del filo, in vista della tubatura in gomma per l’acqua del rifugio. Poco dopo l’inizio della cresta, puntare a delle liste di granito chiaro alte alcuni metri. Verso la fine del risalto, dove la cresta diviene orizzontale ed esposta per una quindicina di metri, passare a sinistra e traversare appena sotto il filo su una paretina verticale fornita di buoni appoggi, uscendo su una terrazza con grosso ometto (dsl. ~120 m, passaggi di II-II+). Continuare sulla successiva cresta di neve (Weissgrat), stretta e con pendenza sui 40°, che conduce alla spalla glaciale della Wandflueluke, 3700 m (dsl. ~80 m). Attraversare il successivo ripiano nevoso fino alla base di una cresta, rocciosa o di misto, che delimita a sinistra uno scosceso salto triangolare. Superata l’eventuale crepaccia terminale, salire la cresta per blocchi e cengette (dsl. ~130 m) e poco prima del suo termine tagliare a destra lungo una cengia poco marcata per sbucare sul bordo di una conca (ometto, ~3850 m), da cui ha inizio un’altra breve cresta nevosa. Percorrerla scavalcandone la massima elevazione (~3900 m) per discendere ad una successiva forcella, tenendosi a distanza dalle cornici del versante est. In alternativa attraversare in leggera discesa il pendio di sinistra puntando direttamente alla forcella (più ripido ed esposto). Dalla forcella salire la successiva cresta rocciosa (o di misto) rimanendo presso il filo. Oltrepassare una prima sommità rocciosa e dirigersi ad un successivo risalto. Aggirarne il culmine con un corto traverso a sinistra in leggera discesa, giungendo ai piedi del Gran Gendarme (~4000 m). Traversare orizzontalmente a sinistra verso la base di un caratteristico gendarme secondario, su placche inclinate e cengette, scavalcando una cordonatura di grandi blocchi e ponendo piede nel colatoio canale che scende dalla forcella a monte del Gran Gendarme. Innalzarsi nel canale per cengette e saltini, quindi seguire la direttrice di tre fittoni infissi a distanza più o meno regolare di 30 m (dopo il primo fittone si trovano anche uno spit e poi un cordone, II-II+). Giungere sulla forcella a monte del Gran Gendarme con un ultimo passaggio leggermente strapiombante ma fornito di grosse prese (III+, fittone sulla forcella). Proseguire lungo la cresta per una larga fessura su placca abbattuta, quindi percorrere un tratto orizzontale e poi in discesa giungendo ai piedi di un caratteristico gendarme parallelepipedo, strapiombante sul lato destro (il Secondo Gendarme). Ignorando eventuali cordoni, uno alla base dello spigolo destro del gendarme e l’altro sulla forcella immediatamente a monte dello stesso, traversare a destra un pendio delimitato a destra da una crestina secondaria di rocce grigie. Salire per cenge e blocchi nei pressi di questa cresta secondaria fin quasi alla sua congiunzione con quella principale. Scavalcare la cresta secondaria e continuare a traversare a destra in leggera salita, rimanendo una decina di metri al di sotto del filo della cresta principale (esposto), puntando ad una forcella della cresta stessa alla base di una successione di piccoli ma evidenti gendarmi gialli, indicati genericamente come ‘Terzo Gendarme’. Da questa forcella passare sul versante Ferpecle (sinistra) e traversare orizzontalmente per 35-40 m (esposto, II-II+) in direzione di una quinta di rocce scure che si protende nel versante Ferpecle (l’ultimo risalto roccioso della cresta visibile da qui). Giunti in una zona di placchette grigie, gradinate ma rovesce, salire sotto la verticale di un diedro (chiodo, II-III; più in alto sono individuabili anche due cordoni per calata, uno a destra e l’altro a sinistra). Dal chiodo, scalare direttamente le rocce grigie soprastanti superando un breve strapiombo fornito di grosse prese, protetto da uno spit (III+). Proseguire nel successivo diedro aperto di colore scuro (III, uno spit), fino ad un ultimo spit di sosta con maillon alla base di uno strapiombino (un altro spit con cordone e maillon è posto più in basso e a sinistra del precedente). Contornare lo strapiombino a sinistra e per cengia ascendente giungere nuovamente sul filo di cresta, al termine delle difficoltà. Seguire ora la cresta superando facilmente un torrione tozzo e abbattuto e poi un risalto di curiosa roccia biancastra, frantumato e scalinato. Si giunge così (~4270 m) all’ultimo tratto di cresta, più o meno innevato a seconda della stagione, che si sale senza difficoltà tenendosi a distanza dalle eventuali cornici, fino alla croce di vetta, 4357 m (5-6 ore).

Discesa: Lungo la via di salita, con eventuali doppie nel diedro e nel canale del Gran Gendarme (4-5 ore).

Sul far della sera

Sul far della sera, mentre disarrampichiamo la cresta sopra il rifugio, ultimo ostacolo prima di allentare finalmente la tensione, un unico pensiero mi pervade: “Bene, se stavolta raggiungo il pancaccio del rifugio, mai più”. Certo, lo si pensa e lo si dice, poi…

 Dent Blanche. Insieme ad Ezio prepariamo scrupolosamente la salita leggendo tutta la documentazione disponibile e rivoltando Internet come un guanto. Con noi salirà fino al rifugio anche sua moglie Paola. Pensiamo le cose in grande: individuata la finestra utile di bel tempo, predisponiamo ben tre giorni e mezzo per la ‘spedizione’.

Il pomeriggio di un venerdì di fine agosto viaggiamo fino a Ferpecle. Già risalendo la valle d’Hérens, la Dent Blanche accoglie il visitatore sotto forma di uno strano e imponente corno roccioso che cela la perfetta forma piramidale di questa splendida montagna. Nei pressi del parcheggio allestiamo il ‘campo base’ con le tende e vi passiamo la notte.

Il giorno successivo lo dedichiamo alla lunga salita al rifugio, in un ambiente dirupato, grandioso e selvaggio. C’è un unico alpeggio sospeso sul vallone scavato dal ghiacciaio, Bricola, che ospita un gregge di pecore, oltre il quale ogni forma di vita pare rarefarsi fino a scomparire: nessuna traccia di esseri viventi oltre agli umani che vi transitano, nemmeno più un cuscinetto di muschio, due fiorellini o una marmotta, soltanto pietraie e la Dent Blanche che incombe con il suo enorme corno roccioso. Poi man mano si profila la ‘nostra’ cresta, prima rocciosa e dentellata, poi lineare e orlata di neve fino in cima. Sembra abbastanza facile. Una ventata di ottimismo fa addirittura ipotizzare la possibilità di rientrare a valle domani stesso, senza fermarci una seconda notte in rifugio.

Ma, c’è sempre un ma. A contare bene le dentellature della cresta, i torrioni sono sette, mentre le relazioni ne citano sempre soltanto tre. L’unico su cui tutti son d’accordo è il primo, il Gran Gendarme: “Aggirare il Gran Gendarme a sinistra e risalire un canale che riconduce in cresta”. Poi il ritornello prosegue: “Aggirare la seconda torre a destra e la terza a sinistra; tornare in cresta per un muretto e un diedro. Proseguire lungo la cresta che diviene poi nevosa fino alla vetta”. Come interpretare la numerazione dei gendarmi? Niente paura, abbiamo con noi la documentazione fotografica e confidiamo nella energica custode della Cabane de la Dent Blanche, Ingrid, la quale saprà ben darci due dritte.

Niente affatto: dinanzi ad una nitida fotografia della cresta, alle nostre precise domande, tipo “E’ questa la seconda torre?“, “La terza allora è quest’altra?”, “E gli altri torrioni, allora, come si passano?” Ingrid scuote la testa, sembra non riconoscere i luoghi, dice che la cresta è su, lontana, e che a sinistra o a destra è lo stesso. E noi, fermi nel nostro puntiglio, restiamo con gli stessi dubbi. Ci consoliamo pensando che, in ogni caso, la parte impegnativa è limitata al tratto tra la base del Gran Gendarme e l’inizio della cresta nevosa, tra i 4000 e i 4250 m, ovvero 250 metri, con qualche passo di III. Bon, finito lì, andiamo a dormire.

Quando lasciamo il rifugio non riesco a capacitarmi di come siamo già ultimi. Le altre lucine corrono lungo l’immaginario filo della cresta subito dietro al rifugio e ben presto scompaiono. Già alti su questo primo tratto di rocce, ci imbattiamo in un ‘passo del gatto’ al colmo di un’affilata e liscia placconata, con notevole esposizione, al buio, slegati. Sicuramente abbiamo sbagliato qualcosa. Non male come prima scarica di adrenalina, benché le relazioni recitino: “Dal rifugio si risale la cresta, prima per rocce facili poi per neve, sino a raggiungere l’ampia sella della Wandfluelucke (3703 m)”. La relativa disinvoltura con cui superiamo il malpasso comunque ci incoraggia (“chi ben comincia è già a metà dell’opera”). Il successivo alternarsi di creste nevose e roccette (togli e metti e metti e togli i ramponi) si accompagna al sorgere della prima luce. E’ imperativo seguire i graffi dei ramponi sulle rocce e le orme delle suole nel terriccio. Persa la retta via, ci pensano l’infido brecciolino sulle placche e i detriti instabili pronti a partire al primo sguardo a farci avvedere dell’errore, ma ogni deviazione porta via tempo prezioso.

Giungiamo al Gran Gendarme che è chiaro da un pezzo, già in ritardo. Qui l’itinerario non pone problemi e la salita fila via liscia. Così, dopo qualche tiro di corda e un po’ di conserva, iniziamo ad aggirare a destra il presunto secondo gendarme. Ad una forcella notiamo un bel cordone da calata. Forse è ora di passare a sinistra. Errore: sull’altro versante lisce placchette da attraversare orizzontalmente verso le torri finali ci impegnano non poco, mentre vediamo lassù i nostri lesti predecessori già impegnati nella discesa.

Ormai fuori itinerario e fuori tempo, procediamo a lume di naso. Intuiamo che l’allegra combriccola si trovi nel ‘Diedro sovente verglassato’ citato dalle relazioni. Il gruppo prosegue la discesa tagliando verso una forcella della cresta molto più in alto di noi, luogo che mi impongo di memorizzare. Superiamo finalmente il diedro, alla fine delle difficoltà. Ezio è stanco e accusa un po’ di nausea ma, sapendo quanto io ci tenga alla vetta, da cui ci separano solo più gli ultimi facili risalti e la cresta nevosa, mi sprona a continuare. Quanto alla tabella di marcia siamo al limite. Passo dopo passo, di nuovo coi ramponi, tocchiamo infine la croce di vetta. Grazie Ezio!

Il meteo sembra tenere bene, solo qualche sbuffo bianco indugia al di sopra delle cime più alte della ‘Corona Imperiale’, del Cervino e della Dent d’Hérens. Presto siamo di nuovo in cammino. Ho ben presente che la discesa a volte richiede più tempo della salita e non nascondo una certa ansia. Altro che rientrare a valle in giornata e andare a festeggiare con wurstel e birra! Per non dire di Paola che ci attende al rifugio. “Meglio tardi che mai” è però il ritornello più calzante al momento. La cresta nevosa, poi le rocce facili e la doppia nel diedro.

Questa volta imbocchiamo la forcella giusta per l’aggiramento chiave e tutto è un po’ più semplice. Con due doppie e un ultimo tiro in traverso giungiamo ai piedi del Gran Gendarme. Ezio ogni tanto deve fermarsi e riposare. E’ già pomeriggio inoltrato. Con attenzione e molto lentamente procediamo per lunghi tratti in conserva. Il ponte nevoso sulla terminale della Wandfluelucke è crollato e ci tocca contornarla con un largo giro. Così soltanto al limite del buio siamo di ritorno al rifugio. Ezio è sfinito. Io, al contrario, scacciati i cattivi pensieri, per una volta mi sento un leone: è quando la fame supera la stanchezza. Benché fuori tempo massimo, il mite cuoco nepalese ci serve la cena e, mentre Ezio si riprende lentamente dalla spossatezza e si dirige direttamente in cuccetta, io ne approfitto per sbafarmi anche la sua razione.

23-25 agosto 2009

Lungo la Cresta Sud della Dent Blanche; sullo sfondo la Parete Nord della Dent d’Hérens