Dente del Gigante

Dente del Gigante, 4013 m. Via normale per la parete ovest dal rifugio Torino (Val Ferret).

Caratteristiche: Ascensione di roccia con avvicinamento prima su facile ghiacciaio e poi su ripido e infido terreno di roccette e sfasciumi, eventualmente misto con ghiaccio e neve, La Gengiva, che richiede attenzione per la caduta di sassi, soprattutto quando diverse cordate sono contemporaneamente in movimento e in presenza di neve fresca. La scalata sullo splendido granito del Dente è breve ma esposta e impegnativa, a meno che si intenda salire issandosi semplicemente sulle corde fisse, cosa assolutamente sconsigliata. Purtroppo questa bella ascensione, su uno degli appicchi più belli e simbolici del gruppo del Bianco e punto panoramico d’eccezione su tutte le vette del gruppo, è spesso disturbata dal grande affollamento.

Difficoltà: AD+/D-

Dislivello: in totale 650 m, di cui 140 m la parete

Carte: IGM 1:25.000 f. 28, La Vachey; IGN 1:25.000 f. 3630 OT, Chamonix; CNS 1:50.000 f. 46, Courmayeur.

Accesso: Aosta, Courmayeur, Entreves, partenza della funivia dei Ghiacciai a La Palud.

Avvicinamento: Partenza dal Rifugio Torino, 3370 m, dove si giunge in funivia da Courmayeur. L’inizio della cresta è alla base dello spigolo sud-ovest del Dente del Gigante, al terrazzo detto Salle a Manger (circa 3870 m).

Salita: Dal rifugio traversare l’amplissima sella del Colle del Gigante, costeggiare le Aiguilles Marbrées e risalire con direzione nord-est la rampa del ghiacciaio che va a morire contro il promontorio roccioso (caratterizzato da una notevole guglia a sinistra) che costituisce l’attacco della Gengiva. Salire il canale che lo solca al centro (45-50°) o aggirarlo per le rocce articolate alla sua sinistra (ovest) e seguire poi il promontorio innalzandosi sul pendio ripido di rocce miste a neve o verglas, senza via obbligata, cercando i passaggi migliori a seconda delle condizioni. Conviene stare piuttosto sulla destra dove il terreno è più ripido ma più solido (passi di II). Evitare in ogni caso di percorrere i canali di sfasciumi in apparenza più facili e più diretti, molto pericolosi per la caduta di sassi. In alto puntare ad un caratteristico obelisco un po’ aggettante che va aggirato a destra. Mettere piede su una cresta di rocce rotte e neve lungo la quale, contornando altri piccoli torrioni, si giunge ad un ripiano ai piedi dello spigolo sud-ovest del Dente del Gigante, la Salle a Manger (2.30 ore dal rifugio). La scalata è facilitata da cordoni soltanto a partire dal terzo tiro. I primi due tiri sono perciò da salire affidandosi soltanto ad alcune protezioni in loco (chiodi e spit). 1° tiro (sosta di partenza da attrezzare su spit): dal terrazzo della Salle a Manger aggirare lo spigolo sud-ovest e salire diagonalmente a sinistra fino alla base di un evidente diedro aperto di granito chiaro (sosta da attrezzare su chiodi, 30 m, qualche spit, III, IV); 2° tiro: scalare il diedro, non banale, su lame e spuntoni e uscirne a sinistra, con passaggio esposto, su una piattaforma alla base delle bellissime placche Burgener (sosta sul fittone alla base del cordone, 30 m, scarse protezioni, III, IV, utili friend e nut); 3° tiro: salire per lame e fessure le magnifiche placche Burgener, in lieve diagonale a sinistra, lungo la direttrice del cordone, fino a una cengetta (sosta su fittone, 30 m, IV); 4° tiro: proseguire sulle placche andando inizialmente a sinistra e poi verticalmente su piccole scaglie fino a una cengia che si segue a destra prendendo una lama, sempre seguendo il cordone (sosta su fittone, 30 m, IV+); 5° tiro continuare a traversare a destra lungo la lama fino alla base di un diedro di alcuni metri, leggermente strapiombante, che si sale con fatica (appigli unti) poggiando a sinistra; da un terrazzino (dove eventualmente si può sostare) proseguire più facilmente fino ad una sosta su chiodo e tondino di ferro (si seguono sempre i cordoni, 40 m, 1 chiodo, IV, V, IV+); 6° tiro: proseguire più facilmente lungo i cordoni sulla cresta fino alla vetta Occidentale (Punta Sella, 4009 m, sosta alla base, 30 m, III); 7° tiro: scendere pochi metri fino ad un muretto strapiombante di un paio di metri, fix con cordino, e calarsi all’insellatura tra le due vette; da qui salire la cima Orientale per breve placca fessurata con cordone (Punta Graham, 4013 m, 30 m, 1 fix, III, IV).

Discesa: In doppie dalla sosta alla base della Punta Sella a fianco della via di salita oppure dalla sosta presso la forcella tra le due vette lungo la via Geant Branché sulla parete sud (corde da 60 m). Dalla base del Dente si torna al Rifugio Torino per la via di salita (3.30-4 ore).

Groviglio di corde

Lo svettante monolito di roccia del Dente del Gigante, teatro del famoso tentativo di Mummery con la guida Burgener lungo la odierna via normale che i due abbandonarono perché ritennero non superabile “by fair means” (con mezzi leali), è presto assurto nel novero delle cime più note e ambite nel massiccio del Monte Bianco. Con Giorgio, chiamato confidenzialmente ‘tripla yarda’ per la sua notevole statura, ho compiuto diverse belle scalate culminate l’anno scorso con la salita della cresta di Rochefort. Purtroppo era un giorno freddo e umido e toccammo la vetta dell’Aiguille nella nebbia, in un ambiente reso surreale dalle singolari cesellature disegnate dalla galaverna sulle rocce. Ma oltre a questo non vedemmo nient’altro. Perciò vogliamo riprovarci quest’anno, cercando in più di concatenare al ritorno la scalata del Dente del Gigante.

Approfittando delle buone previsioni meteo, anticipiamo la salita al Rifugio Torino di un giorno e, per acclimatarci, il primo giorno facciamo la traversata dell’Aiguille d’Entreves salendo la classica cresta sud-ovest. Caricati dal successo di questa bella ascensione dinanzi ai colossi del Monte Bianco, il giorno dopo partiamo molto presto dal rifugio decisi più che mai a portare a casa anche il Dente. Facilitati dalla presenza di solida neve gelata lasciata dalla perturbazione dei giorni scorsi, riusciamo a trovare sulla Gengiva un percorso sicuro che ci consente di arrivare abbastanza rapidamente alla base del Dente mentre albeggia. Alla Salle a Manger depositiamo l’attrezzatura da scalata e proseguiamo lungo la candida cresta di Rochefort mentre si profila una giornata radiosa. Oggi possiamo apprezzare tutta l’esposizione di questa cresta, con i ripidissimi pendii ghiacciati che si inabissano sul lato francese.

Ritornati alla Salle a Manger, prendiamo l’attrezzatura e calziamo le scarpette da arrampicata, poiché la via dovrebbe essere tutta asciutta. L’andirivieni di gente è continuo e c’è da aspettarsi un po’ di confusione.

Uscire al sole sulle placche Burgener dopo il primo diedro, freddo e poco protetto, è confortante. Sullo scudo di granito rosso la roccia è saldissima e offre una grande aderenza, ci sono delle fessure magnifiche e possiamo assicurarci ai numerosi fittoni cui è ancorata la corda fissa. Anche se procediamo in coda provo una grande emozione ad arrampicare su questa guglia davvero spettacolare. 

Davanti a noi c’è una guida con un giovane giapponese che calza degli scarponi di plastica gialli. Il ragazzo fatica a salire, spesso scivola e gli scarponi scalciano scomposti sopra la mia testa. Nel frattempo sopraggiunge una cordata in discesa, due che si calano alla marinara lungo i cordoni e non mostrano alcuna intenzione di pazientare. Così, costretti a una sosta forzata, assistiamo al crearsi di un simpatico groviglio di corde, dal quale poi impieghiamo un bel po’ a districarci.

Nel famoso diedro di V, il ragazzo giapponese, ormai esausto, deve essere aiutato dalla robusta trazione della corda. Il passaggio è effettivamente difficile (il V di una volta!) e abbastanza unto. Il ragazzo passa e poi passo anch’io, tirando senza vergogna sul rinvio. Sulla crestina finale saliamo in lenta processione in un nuovo groviglio con quelli che scendono in doppia di qua. Finché Giorgio e io ci troviamo abbarbicati in qualche modo all’esile spuntone di vetta senza più alcuna possibilità di muoverci, avviluppati nelle corde come in un bozzolo.

Con molta pazienza riusciamo ad autoassicurarci e poi a stringerci la mano. Ci guardiamo intorno increduli e frastornati. Da quassù le cime dei Flambeau, Toula e Entreves appaiono come piccoli e innocui vulcani spenti. Ma altre cordate premono per toccare la vetta: dobbiamo assolutamente toglierci di lì. Dalla sosta alla base del piccolo torrione finale individuiamo una linea di calata appena discosta dalla via di salita. Buttiamo le doppie da quella parte così da non intralciare a nostra volta quelli che salgono. Le calate, aeree e spettacolari, ci depositano proprio alla base del diedro iniziale da cui, rifacendo con cautela il traverso, torniamo alla Salle a Manger. Ebbene, mi domando cosa impedisca alla gran parte delle cordate di scegliere questa comoda linea di discesa, quasi una perversa attrazione le guidasse verso l’inevitabile groviglio di corde.

21 agosto 1994

Il Dente del Gigante e la Cresta di Rochefort dal Rifugio Torino
Il Dente del Gigante dalla Cresta di Rochefort (Foto di Alessandro Sbrana)