Trekking e alpinismo in Perù (6-28 giugno 2014) Pier Luigi Salza
Il Perù è il paese la cui valuta è il sol e dove il sole picchia implacabile dalle 6 alle 18; dove alle 12:01 si passa al buenas tardes; dove, se hai fretta, è meglio che aspetti mañana por la mañana (domattina). Ma è anche il paese dell’America Latina, dove, nella regione dell’Ancash, il Pacifico e l’Amazzonia sono più vicini. A separarli, qui, due successive catene di montagne glaciali alte e barocche, intagliate in forme bizzarre, orlate di cornici: la Cordillera Blanca e la Cordillera Huayhuash.
Grazie all’amico Ettore vengo a sapere che la sottosezione GEAT del CAI Torino, in cui egli ha diversi amici, organizza un viaggio in questa bellissima zona delle Ande Peruviane in tre settimane di giugno. Gianfranco, presidente della GEAT e propugnatore del viaggio, ci accoglie nel gruppetto che si sta formando per partecipare all’avventura. L’organizzazione è affidata alla guida andina Edgar Roca, conoscente di Gianfranco. Edgar ha conseguito la sua formazione di guida all’interno di un progetto dell’Operazione Mato Grosso (OMG), che in America Latina ha anche dato vita alla costruzione di rifugi, all’apertura di una vasta rete di sentieri e ad una miriade di piccole imprese artigiane. Un primo obiettivo del viaggio sarà conoscere, grazie ad Edgar, una parte di questa realtà. L’altro obiettivo sarà affrontare due salite alpinistiche nella Cordillera Blanca e effettuare un trekking nel Huayhuash. Oltre a noi e Gianfranco fan parte della spedizione Marco, Felice, Tiziana e Patrizia (geriatra, medico della spedizione) con il figlio Emanuele di 11 anni, detto el chico, tutti di Torino, cui si aggiungeranno sul luogo Adriano e Renata di Udine. Siamo in 10.
Mi tocca viaggiare da solo da Torino a Lima, a causa di un mio ritardo nella prenotazione del volo, e mi riunisco ai compagni all’aeroporto della capitale prima di essere accolti da Edgar e condotti con due minibus nel bel quartiere di Miraflores dove alloggiamo. Il giorno dopo facciamo visita all’anziano fondatore dell’OMG padre Ugo de Censis. Quindi, spostandoci con i bus, in un traffico caotico, in cui si pratica una guida spericolata, ci rechiamo sul lungomare. La scarpata di calanchi è tutta occupata, fin sull’estremo bordo, da altissimi palazzi. Una cappa nebbiosa staziona sull’oceano. Ma il mercato del pesce, benché umido e sporco, è un luogo suggestivo. Si è installata nei paraggi una colonia di pellicani che ronzano sui capannoni come mosche. La sera, a bordo di un comodo autobus di linea, partiamo per Huaraz, la “Chamonix del Perù” e base logistica per le attività in montagna, bella città a 3100 m sul versante pacifico della Cordillera e capoluogo dell’Ancash.
La Cordillera Blanca
Ad attenderci ci sono Robinio, Gustavo e Carina, giovani aspiranti guide che, insieme a Felix, il cuoco, saranno gli indimenticabili aiutanti di Edgar. Dopo un breve giro di acclimatamento sulle alture di Huaraz, tra estese foreste di eucalipti, campi di cereali e di quinoa, il “grano rosso”, dalla terrazza dell’albergo assistiamo ad uno spettacolare tramonto che tinge di arancio e violetto gli imponenti “6000” che dominano a nord la città: il Huascaran, 6768 m, la cima più elevata del Perù, il Hualcan e il Copa.
La vera avventura ha inizio con l’escursione alla Laguna 69, originariamente prevista in due giorni, poi portata a tre in modo da favorire l’acclimatamento. Separiamo i materiali necessari per l’escursione dal resto del bagaglio che verrà trasportato direttamente a Chacas, dove ci sposteremo al ritorno dall’escursione. Su due pulmini stracarichi raggiungiamo prima la cittadina di Yungay, al cospetto della vertiginosa parete sud ovest del Huandoy, e poi, seguendo la sterrata che sale al passo di Portachuelo, giungiamo alle lagune turchesi di Llanganuco, le cui rive sono colonizzate da splendide macchie di quenal dalla corteccia rossa.

Il Huascaran e il Chopicalqui da Huaraz (Foto P. L. Salza)
Nel prato in fondovalle, a 3800 m, tra placide mucche al pascolo, si montano le tende per la nostra prima notte in quota. Cena nella tenda mensa con minestra e pollo alla piastra. Poi, alla luce di un grande falò, Edgar e i suoi ragazzi accompagnano con i flauti le canzoni tradizionali. Non pare una recita a nostro uso, quanto un modo genuino di riaffermare una identità, quella quechua di cui tutti loro sono parte. Edgar ha un bel rapporto con i ragazzi. Amano scherzare, sono allegri e appaiono entusiasti anche per queste semplici escursioni in cui ci accompagnano.
La salita al rifugio Perù, la prima struttura costruita dai volontari dell’OMG, inizia dai pressi del campo di Cebollapampa, poco distante dalla nostra laguna. Ci incamminiamo su una faticosa mulattiera che risale ripidi pendii ricoperti da vegetazione arbustiva e detriti, sotto un cielo nuvoloso. Se non altro non si suda. La comitiva ben presto si sfilaccia. La quota inizia a farsi sentire. Al seguito, abbiamo anche un cavallo sellato di ‘riserva’ che viene ben presto utilizzato da Renata, che non sta molto bene. Dopo un ultimo ripiano, su una collinetta morenica a 4680 m, sorge in splendida posizione il rifugio. L’altitudine, forse complici anche le uova fritte con wurstel servite a colazione, miete le prime vittime: anche el chico non sta bene, la mamma, Patrizia ‘la dottora’, ha un feroce mal di testa, al pari di Ettore. A sera riappare a sprazzi la luna e fa ben sperare.
| La parete SO del Huandoy da Yungay (Foto P. L. Salza) | Il Rifugio Perù (Foto P. L. Salza) |
Il giorno dopo, Renata, accompagnata da Adriano, Felice e el chico, con i sintomi del mal di montagna, rientreranno alla base. Dei dieci originari rimaniamo in sei per l’escursione alla Laguna 69. Siamo in piedi piuttosto presto. Il cielo è punteggiato di stelle. Diafana nella luce dell’aurora e poi incendiata dai primi raggi del sole appare l’imponente schiera di cime che ci attornia, ieri nascoste dalle nubi: i quattro Huandoy 6360 m e il Pisco 5760 m, e, sull’opposto versante della Quebrada Langanuco, i due Huascaran, con la celebre parete nord della cima nord salita da Casarotto in solitaria nel ‘77, e il Chopicalqui, sculture e cattedrali di panna montata che si stanno tingendo di rosa.
| L’aurora sui Huandoy, dai pressi del rifugio Perù (Foto P. L. Salza) | Le cime del Huascaran con la concava parete nord salita da Casarotto, dai pressi del rifugio Perù (Foto P. L. Salza) |
Da una selletta a 4900 m ci affacciamo sulla Laguna 69, un occhio di cobalto ai piedi dell’ampia e selvaggia parete sud del Chacraraju, 6108 m, ornata di spettacolari “canne d’organo” e grandiose cornici. Discendendo la Quebrada Demandas non riusciamo a distogliere gli occhi dalla magnetica parete.
| La Laguna 69, un occhio di cobalto ai piedi della selvaggia parete sud del Chacraraju (Foto P. L. Salza) | Un minibus davvero speciale (Foto P. L. Salza) |
L’anello si chiude a Cebollapampa, dove ci attende un minibus davvero speciale: ha le balestre tenute assieme dal nastro americano, le gomme lisce e il radiatore che perde, sicché ogni poco si deve rabboccarlo. Destinazione di oggi Yanama, domani Chacas, sul versante amazzonico della Cordillera. Al passo di Portachuelo, 4767 m, abbandoniamo il circo delle montagne più alte del Perù per immergerci nell’ombra della Quebrada Marococha. In un tornante, il conducente scorge con la coda dell’occhio lo zaino di Felice, stipato sul tetto con gli altri bagagli tenuti assieme da una rete piena di buchi e un groviglio di vecchie corde, volare fuori. Recuperato lo zaino di Felice, in segno di fiducia ci prendiamo a bordo anche i restanti.
Sui muri d’argilla delle abitazioni nei modesti villaggi che attraversiamo, dall’aria disastrata e polverosa, e dove razzolano cani, asini e maialini, sono dipinti in enormi caratteri colorati i manifesti elettorali per le amministrative di fine anno. Ragazzini in divisa tornano dalle scuole lungo sentieri che sembrano perdersi nel nulla.
| I quattro Huandoy dal passo di Portachuelo (Foto di P. L. Salza) |
Tra una ricarica d’acqua e l’altra, dopo 50 km di sterrata il minibus ci deposita a Yanama davanti alla casa di famiglia di Edgar, spartana e accogliente, dove vive il padre Estevan, che ci riceve con cordiale ospitalità. Durante il successivo trasferimento a Chacas visitiamo una stalla modello per vacche da latte e un laboratorio per la tessitura gestiti dall’OMG. La piazza di Chacas, base logistica per la cima del Nevado Camchas, è un magnifico quadrilatero di prato attorniato da case coloniali, su cui si affaccia la cattedrale. A Chacas riuniamo tutti i nostri bagagli e prepariamo gli zaini per la salita alpinistica nel vicino massiccio del Camchas.
| Estevan (Foto G. Rapetta) | La piazza di Chacas (Foto P. L. Salza) |
Alle 9,30, lasciati Renata e Felice ancora indisposti, partiamo su due minibus, con gli zaini da scalata e tutto il materiale per il campo, diretti a Pampash, 3350 m, sull’altro lato della valle. Caricati gli asini imbocchiamo la mulattiera che, salendo tra macchie profumate di eucalipti, agavi e campi di cereali e luppolo, entra lentamente nella valle, seguendo un’imponente canalizzazione. El chico non sta di nuovo bene e, raggiunto il primo alpeggio sopra il villaggio, viene riaccompagnato giù da Edgar che poi risalirà. Accondiscende a che la mamma, Patrizia, prosegua con noi. Con un taxi raggiungerà Felice e Adriana. Rimaniamo in sette.
| Lavorazione artistica del legno nel laboratorio dell’OMG a Chacas (Foto G. Rapetta) | I ragazzi delle scuole elementari di Chacas (Foto P. L. Salza) |
Risaliamo il torrente che scorre tra quiete radure, tappezzate di arniche e margherite, e intricate macchie di quenal da bosco delle fate, verso il dirupato catino finale che sorregge la calotta glaciale del Camchas, in un ambiente magico. Ci fermiamo in un pratone inclinato, a 4070 m, con bovini al pascolo, dove viene montato il campo. Sono i luoghi in cui Edgar e i suoi fratelli accompagnavano il padre a caccia. Cena attorno al falò. Il sorgere della luna improvvisamente rischiara la montagna con la sua bianca luce, mentre il fuoco va spegnendosi con rossi lapilli che il vento trasporta lontano.
| La calotta glaciale del Camchas, vista da Chacas (Foto G. Rapetta) | Il campo base ai piedi del Camchas, a 4070 m (Foto P. L. Salza) |
L’indomani alle 3,30 ci incamminiamo sullo scosceso pendio alle spalle del campo lungo vaghe tracce tra fitti arbusti e radure umide, fino alle rocce montonate che precedono il ghiacciaio. La luna traspare a fatica tra nubi e velature, ma ci indica la direzione di marcia, uno stretto valloncello roccioso che conduce ai seracchi. Col chiaro risaliamo placchette e colatoi non banali fino al ghiacciaio. Il passaggio per salirvi è un ripidissimo muro di ghiaccio di una ventina di metri, attrezzato da Gustavo e Robinio con una corda fissa assicurata ai fittoni angolari. Edgar ci invita ad imbragarci e salire, legati alla fune di cordata e aiutandoci con la fissa. Certo, se ci avesse svelato ieri questo passaggio non avremmo dormito una notte tranquilla. Chi con le unghie, chi con i denti, tutti riusciamo a salire. Nel frattempo, la nebbia ha avvolto il maestoso ambiente circostante, da cui solo a tratti fa capolino la nostra cumbre, mentre inizia a cadere una neve pallottolare.
| Il ripido passaggio per salire sul ghiacciaio del Camchas (Foto P. L. Salza) | Cima Innominata, 5130 m, nel gruppo del Camchas (Foto E. Roca) |
Le ore sono passate inesorabili, manca ancora un bel tratto e la discesa, da svolgersi dalla stessa via di salita, non sarà uno scherzo. In un ripiano del ghiacciaio sostiamo per fare il punto della situazione. Patrizia, Gianfranco e Marco, un po’ provati, abbandonano e vengono affidati alle cure di Robinio e Gustavo che iniziano a scendere con loro. E da sette, rimaniamo soltanto più in quattro: Adriano, Tiziana, Ettore e io, con Carina, Edgar e Felix. Procedendo lentamente sotto la nevicata poniamo piede sull’affilata sommità intorno alle 12. Quota GPS 5139 m. A dispetto della meteo avversa, l’emozione è grande. Oggi è il giorno del mio compleanno, quello più entusiasmante e più ‘alto’ della mia vita. Su un’ampia spalla scattiamo le foto di rito. Poi giù. I seracchi ci appaiono ora come onde bianche su uno sfondo grigio, ma, in un improvviso squarcio, un arcobaleno si disegna su Chacas. La calata dal seracco basale e poi i canalini bagnati, da discendere con la tecnica “mani e fondoschiena”, richiedono tempo.
| Discesa tra i seracchi del Ghiacciaio del Camchas (Foto P. L. Salza) | In discesa dalla Cima Innominata un sorprendente arcobaleno si disegna su Chacas (Foto P. L. Salza) |
Giungiamo al campo alle 17,15, troppo tardi per smontare le tende e caricare gli asini. Dunque dormiamo una seconda notte al campo. Ridiscesi in mattinata a Chacas e rifatti i bagagli, su un capace minibus scavalchiamo in senso inverso la Cordillera attraverso la Punta Olimpica e torniamo a Huaraz, dove ci attende un po’ di riposo prima della salita al Vallunaraju, l’originale cima bicuspide che sovrasta a oriente la città.
In questo giorno di pausa, presso la sua casa sulle colline, Edgar allestisce con i suoi aiutanti la tradizionale cerimonia della Pachamanca, in cui vengono cotte, su sassi arroventati sul fuoco, carni avvolte in foglie di banano, patate bianche e gialle e jucca impastata avvolta in foglie di granturco. Alla cerimonia, accompagnata dalla musica del charango e dei flauti, segue il grande pranzo nel patio.
L’indomani, a bordo di due scassatissimi pulmini, con attrezzatura alpinistica, sacco piuma e materassino nello zaino, risaliamo la sterrata per la Quebrada Llaca, una delle più settentrionali della fitta raggiera di valli che da oriente confluisce nella piana di Huaraz.
| L’edificio di pietre per la cottura dei cibi nella tradizionale cerimonia della Pacchamanca (Foto G. Rapetta) | La cima bicuspide del Vallunaraju, 5686 m, da Huaraz (Foto P. L. Salza) |
Dopo un’ora e mezza di sterrata infame ci fermiamo poco prima di una laguna circondata dalla candida muraglia Ochapalca – Ranrapalca, un “6000” che catalizzerà il nostro sguardo durante tutto l’avvicinamento al campo. Edgar, i suoi aiutanti e tre portatori si caricano di tende, fornelli, stoviglie e viveri, come asini, che qui non possono salire.
Dalla strada, a circa 4340 m, il sentiero guadagna ripidamente quota sul fianco della montagna, percorre una caratteristica cengia sotto un tetto roccioso (“il passo del gatto”), poi supera ripidi prati e placche abbattute di granito chiaro. Patrizia non si sente bene e, a metà salita, viene riaccompagnata giù insieme a el chico da Edgar, finché c’è ancora il pulmino. Renata, Adriano e Felice salgono con noi ma con la sola intenzione di passare la notte in quota. Dei dieci titolari, restiamo soltanto in cinque candidati per la salita di domani. Mi ricorda un po’ la storia dei ‘dieci piccoli indiani’.
Il Campo Morrena è situato a 4950 m ai piedi di ripide rocce chiazzate di neve, dove gorgogliano due ruscelli. Numerose tendine già occupano parte delle piazzole. Edgar e i suoi sistemano le loro attrezzature nei pressi di un grande masso piatto che funge da tavolo e qui alle 17,30 ceniamo, mentre un memorabile tramonto colora i tormentati ghiacciai del Ranrapalca.
| Il Campo Morrena, 4950 m, campo base del Vallunaraju (Foto P. L. Salza) | Tramonto sul Ranrapalca dal Campo Morrena (Foto P. L. Salza) |
La notte è fredda, rischiarata da una luminosissima stellata, quando alle 3,30 ci incamminiamo tra le rocce montonate, dove rari ometti conducono all’attacco del ghiacciaio. Qui calziamo i ramponi e ci leghiamo in due cordate: Tiziana, Ettore e io con Gustavo e Carina; Gianfranco e Marco con Robinio; Edgar fa la spola avanti e indietro tra le cordate a fare foto. Grossi cristalli di neve mandano improvvisi bagliori alla luce delle frontali, mentre in basso si dispiega la sterminata luminaria di Huaraz.
| Prime luci sul Ghiacciaio del Vallunaraju: a sinistra la Cima Nord (Foto P. L. Salza) | La Cima Sud del Vallunaraju, dalla cresta che conduce alla Cima Nord (Foto P. L. Salza) |
Poi l’aurora si accende sul lontano Huascaran e sul vicino Ranrapalca. La traccia si snoda tra grandi crepacci sotto l’affilata cima sud del Vallunaraju. Man mano che saliamo la tensione della vigilia si stempera. La cima nord, la più alta, è sostenuta da un impressionante seracco spaccato da una fenditura verticale. Dalla sella tra le due cime, la cresta sale alla massima elevazione con due aeree impennate, cui segue un falsopiano e infine la larga cumbre di 5686 m. Non mi sembra vero, una delle più belle ascensioni della mia vita.
| Verso la Cima Nord del Vallunarraju (Foto E. Dovio) | In vetta al Vallunaraju, 5686 m (Foto G. Rapetta) |
Scendiamo rilassati con il sole che, dopo il gran freddo della salita, finalmente ci scalda. Dopo il pranzo al campo, smobilitate le tende, la discesa ai pulmini è veloce, poi l’ora e mezza di sterrata pare eterna.
Giornata di riposo a Huaraz, dove, riuniti i bagagli, li rifacciamo per l’ennesima volta, in vista del trekking nel Huayhuash. Insieme ai ragazzi che ci hanno aiutato in queste escursioni, consumiamo un ottimo pranzo, innaffiato dalla mitica birra locale Huarazina Alpamayo, nel miglior ristorante di pesce della città, che dista solo due ore e mezza di auto dall’oceano.
Huaraz sembra salire in tutte le direzioni, con gradini e marciapiedi altissimi. Tutti suonano garbatamente il clakson, i taxisti sempre due volte. Divertente l’animazione dei semafori: col verde l’omino inizia a camminare, va sempre più veloce, poi si mette a correre, per immobilizzarsi infine col rosso. Appena fuori dal centro, si incontrano strade di terra polverosa e case di mattoni rossi, senza intonaco, con il tetto piatto da cui spuntano i tondini del cemento armato. Il cellulare è alla portata di molti e i punti internet spuntano come funghi, mentre l’acqua calda in albergo è una chimera.
La Cordillera Huayhuash
Il Huayhuash è un gruppo montuoso a sud della Cordillera Blanca, dove si trovano concentrate una manciata di vette tra le più alte e prestigiose di tutte le Ande peruviane. Il nostro trek inizia da Llamac, località rurale a 3300 m dove giungiamo dopo un lungo spostamento in minibus. Verso le 9, mentre gli aiutanti finiscono di caricare gli asini, ci incamminiamo sulla mulattiera che sale a tornanti lungo un arido versante fino a un colle. Oggi i ‘dieci piccoli indiani’ ci sono tutti. Siamo una carovana con 10 asini più un cavallo e un asinello di scorta. Pendii prativi conducono al successivo passo Pampa Llamac, o Macrash Punta, 4300 m, da cui si scorge l’abbagliante anfiteatro che ospita gli scoscesi e glaciali versanti ovest delle principali vette del gruppo: il Yerupaya, 6635 m, la seconda cima del Perù, il Yerupaya Chico, l’Jirishanca, detto il “Cervino delle Ande”, e il Rondoy, scalato per la prima volta da Bonatti e compagni nel 1961. Noi siamo diretti là.
Un interminabile saliscendi conduce nella valle principale. Percorriamo infiniti falsopiani interrotti da aspri valloni laterali, da cui scendono spettacolari cascate tra imponenti formazioni di granito. Ogni tanto un recinto ovale di pietra e gruppi di povere capanne dal tetto di paglia. Numerosi bovini al pascolo e il latrare di un cane, lontano e invisibile. Rari pastori trasportano fascine dalla bassa valle. Alla laguna Jahuacocha, 4050 m, il campo è già montato. Edgar in mezz’ora pesca nell’acqua corrente dell’emissario trote per tutti (le truche). Dopo cena, guardare il firmamento nella notte senza luna dà quasi le vertigini.
| La Cordillera Huayhuash all’alba, durante il trasferimento a Llamac, punto di partenza del trekking (Foto P. L. Salza) | Rondoy, Jirishanca, Yerupaya Chico e Yerupaya, all’imbrunire, dalla laguna Jahuacocha, 1° tappa (Foto P. L. Salza) |
Il giorno dopo, senza una nuvola né una bava di vento, con la luce radente del mattino che scalda e regala anche a queste ostiche montagne un’aura di accessibilità, ci sembra di essere nel posto più bello del mondo. Costeggiata la laguna, il sentiero inizia a inerpicarsi. Dal passo Sanbuya Punta, 4750 m, e dal successivo Rondoy Punta, godiamo di una vista spettacolare sul Rondoy e il Ninashanca. In discesa, dai 4400 m il sentiero serpeggia per un lungo tratto in mezzo a straordinarie macchie tondeggianti di cespugli, in cui si intrecciano sgargianti fiori gialli e blu. Poco sopra la località di Rondoy guadiamo il torrente per immetterci nel vallone percorso dalla sterrata che sale da Llamac.
| Vista sul Yerupaya Chico e Yerupaya, salendo al passo Sanbuya Punta, 2° tappa (Foto P. L. Salza) | Ninashanca e Rondoy scendendo dal Rondoy Punta, 2° tappa (Foto P. L. Salza) |
Arriviamo al campo di Matachanca (o Quartelhuain), 4170 m, al fondo di un vasto altopiano popolato da pastori che accudiscono vacche e pecore, intorno alle 16. Il severo profilo del Yerupaya si arrossa al tramonto. Subito arriva il freddo, incrudito da un perfido venticello che fa sbattere i teli delle tende. El chico ha la febbre. Tachipirina e antinfiammatori. Per gli altri una bottiglia di Pisco.
| Tramonto sul Yerupaya dal campo di Matachanca (o Quartelhuain), 4170 m, 2° tappa (Foto P. L. Salza) |
La mattina è tutto brinato. Partiamo all’ombra, col freddo, Renata sul cavallo e El chico sull’asinello. La mulattiera per il Cacanan Punta, 4690 m, si inerpica tra notevoli salti di roccia di aspetto dolomitico. La carovana degli asini disegna una ghirlanda colorata sulla montagna. Dal passo lasciamo a sinistra le lagune solforose e rossastre della Quebrada Caliente per traversare a lungo i prati fino al campo di Janca, uno sterminato pianoro a 4270 m presso la laguna di Mitucocha, ai piedi dei versanti NE di Jirishanca, Rondoy e Ninashanca. Oggi è presto. Sistemati i materassini e i sacchi piuma nelle tende, unico “lavoro” che ci compete oltre a muovere le gambe e ogni tanto le mandibole, ci avviamo per una passeggiata verso la laguna, orlata da un fitto canneto biondo, mentre le nuvole, che corrono veloci a lambire le cime, creano fotogenici giochi di luce sulle scoscese pareti che ci attorniano, le stesse montagne del primo giorno viste dal lato opposto.
A buio arrivano dalla laguna con le frontali Robinio e i due mulattieri con un sacchetto di truche per domani. Stasera a cena squisiti wanton (involtini fritti al formaggio), zuppa e frittata di verdure. Come tutte le sere, la convivialità, l’allegria e l’entusiasmo fan dimenticare la fatica e il freddo, con Edgar, Robinio, Gustavo e Carina che, nel loro fitto quechua, ridono, suonano e cantano.
| Campo di Janca, 4270 m, con i versanti NE di Jirishanca, Rondoy e Ninashanca, 3° tappa (Foto P. L. Salza) | L’alba dal campo di Janca, presso la laguna di Mitucocha (Foto P. L. Salza) |
All’alba i teli delle tende sono brinati anche all’interno, mentre sulle cime del Jirishanca, Rondoy e Ninashanca s’è formato un bellissimo “pesce”. Poco prima del Colle Carhuac (o Yanapunta), 4630 m, ci raggiunge la carovana degli asini, la consueta ghirlanda colorata sullo sfondo dei prati. Sulle cavalcature di riserva sono ospitati oggi El chico e Felice.
| Il “pesce” sul Rondoy e il Ninashanca, dal campo di Janca (Foto P. L. Salza) | Versante NE del Jirishanca, dal campo di Janca (Foto G. Rapetta) |
Dal colle, scorgiamo due condor seguire le termiche alle pendici del Jirishanca, mentre uno scenario ancora diverso si apre sui versanti nord orientali delle ormai note montagne, cui si aggiunge ora la famosa Siulà Grande. Scendendo sul lato opposto, sostiamo su un pulpito verde occupato da due capanne, affacciato sulla splendida laguna Carhuacocha, 4138 m. Oggi non ho voglia di arrivare, è bello godere di questo tempo di cui non percepisco più lo scorrere pedante sul quadrante di un orologio. E so quanto rimpiangerò questi giorni e queste notti, che da tempo cercavo.
| La colorata carovana degli asini durante la salita al colle Carhuac (o Yanapunta), 4° tappa (Foto P. L. Salza) | Al colle Carhuac (o Yanapunta), 4630 m, 4° tappa (Foto P. L. Salza) |
Il campo di Incahuain è in un ripiano poco distante, a circa 4200 m. Vi troviamo una fontana, con la piccola vasca colma di birre: un piccolo bar improvvisato da una donna minuta salita da Queropalca. Ne acquistiamo una dozzina da condividere nel “picnic” comunitario con guide e mulattieri. Ultima notte nel Huayhuash, di nuovo fredda.
| Spigolo Nord dell’Jirishanca, il “Cervino delle Ande” , dal colle Carhuac, 4630 m, durante la 4° tappa (Foto G. Rapetta) | Il sorgere del sole su Siulà Grande, Yerupaya e Yerupaya Chico dal campo di Incahuain, presso la laguna Carhuacocha, inizio della 5° tappa (Foto P. L. Salza) |
L’alba è livida, soltanto per brevi istanti il sole trova uno spiraglio per gettare una lama di luce sui tormentati ghiacciai del Huayhuash. La discesa su Queropalca impegna tutta la mattina, con il sentiero che sembra non perdere mai quota. Ai pianori si succedono pianori, mentre ruscelli e zone acquitrinose obbligano a faticosi aggiramenti. Ogni tanto un appezzamento con baite di pietra e mattoni d’argilla e tetti di paglia, bovini al pascolo, asini e cavalli, e piccole ombre furtive tra le case, sempre in movimento. Mai visto un andino fermo a oziare sulla porta di casa.
A Queropalca, 3850 m, lato amazzonico della Cordillera, concludiamo, questa volta tutti e dieci senza defezioni, la spettacolare traversata del Huayhuash. Salutiamo gli indimenticabili Robinio e Augusto, che, insieme alle attrezzature comuni, tornano a Huaraz. Carina invece ci accompagnerà negli ultimi due giorni di viaggio. Schiacciati insieme ai bagagli in un unico pulmino, ci toccano 4 ore di sterrata in un susseguirsi infinito di profonde forre di roccia e terra rossa, durante le quali ci impolveriamo per bene, seguite da altre 2 ore di tortuosa stradina asfaltata. Arriviamo sfiniti a Huànuco alle 17,15, dopo 140 km.
Amazzonia
L’Amazzonia sarà vicina, ma da Huànuco viaggiamo ancora 3 ore per giungere a Tingo Maria, grande e movimentata cittadina alla confluenza di due larghi e limacciosi corsi d’acqua, come uno s’immagina debbano essere i fiumi amazzonici.
Il clima è caldo e umido, ogni tanto piove. Il ‘residence del Danese’, dove siamo sistemati, è immerso nella foresta, con lontani macachi che saltano da un ramo all’altro, coccodrilli immobili in vasche stagnanti, un’ara appollaiata sull’albero più alto. Con una breve escursione nel Parco Natural de Tingo Maria visitiamo la catarata di Gloria Plana, tra improvvise apparizioni di grandi farfalle azzurre che non si posano mai, alberi del cacao e banani, e odore di muffa. Ci rechiamo poi alla Cueva de las Lechuzas che ospita una colonia di 6000 piccoli rapaci, i guacharo, che col buio escono per la caccia. La caverna, animata dalle strida degli uccelli, peraltro invisibili, è inquietante. Al calar della notte, appostati all’ingresso per attenderne l’esodo, ci accorgiamo che col buio si risvegliano anche altre creature e le rocce su cui siamo seduti ora brulicano di blatte. E’ tempo di andare.
| Fiore amazzonico (Foto P. L. Salza) | Nella Cueva de las Lechuzas (Foto P. L. Salza) |
Conclusione
Rientriamo con un piccolo aereo a Lima. Dopo una giornata di riposo, all’aeroporto della capitale, con tutti i bagagli rifatti per l’ultima volta, abbracciamo Edgar. Durante l’interminabile volo per l’Europa, mi trovo casualmente a riascoltare vecchi pezzi dei Pink Floid, Endrix, Stones, Led Zeppelin, che, con sorpresa, scopro ben conciliarsi con l’atmosfera del viaggio che sto concludendo. “Torneremo antropologicamente cambiati”, ha detto qualche giorno fa Gianfranco. Ci rifletto, ed è come se, attraverso il rock della mia gioventù, si svelasse di colpo tutta la carica che questo viaggio mi ha donato.
| Ettore (Foto P. L. Salza) | Felice (Foto P. L. Salza) | Gianfranco (Foto P. L. Salza) | Marco (Foto P. L. Salza) | Patrizia (Foto P. L. Salza) |
| Emanuele ‘el chico’ (Foto P. L. Salza) | Igi (Pier Luigi) (Foto E. Dovio) | Tiziana (Foto P. L. Salza) | Adriano (Foto P. L. Salza) | Renata (Foto E. Dovio) |
| Edgar (Foto G. Rapetta) | Carina (Foto G. Rapetta) | Robinio (Foto P. L. Salza) | Gustavo (Foto P. L. Salza) | Felix (Foto E. Dovio) |